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Durante un incontro a Roma con gli esperti dell’israeliano Institute for National Security Studies (Inss), il tema centrale è stata la sfida iraniana: negli ultimi anni Teheran ha accresciuto al pressione esercitata sullo stato israeliano, rafforzando la sua presenza intorno ai confini soprattutto grazie ad un massiccio uso di proxies, gruppi paramilitari formalmente indipendenti ma sostenuti e finanziati dall’Iran.

Si è partiti dal contestualizzare la situazione securitaria di Israele nel teatro medio-orientale. Le dinamiche geopolitiche nel mondo contemporaneo si muovono in modo molto più rapido rispetto agli anni passati, rendendo obsoleti i paradigmi finora validi. Una rapida occhiata alla situazione permette di inquadrare cosa significhi questo processo. Una parte importante della popolazione sta portando avanti proteste di piazza contro la riforma giudiziaria da oramai 24 settimane, le più lunghe mai registrate dalla nascita del Paese nel 1948. Nessuno si aspettava il verificarsi di un simile fenomeno, simbolo di vibrante democrazia. Ma le tensioni interne si sovrappongono a quelle esterne, rappresentate da minacce che Israele considera come esistenziali. E questa sovrapposizione rischia di rendere più difficile la corretta gestione di entrambe.

In particolare, le tensioni tra Iran e Israele sono cresciute negli ultimi 10 anni, soprattutto a causa delle mosse del primo: mentre Tel Aviv non ha accresciuto la sua proiezione all’estero, Teheran si è spinto sempre più lontano rispetto ai suoi confini nazionali, appoggiandosi a gruppi e a milizie locali come la libanese Hezbollah, la yemenita Ansar Allah o l’irachena Organizzazione Badr.

E oltre alla minaccia convenzionale, c’è anche quella atomica. Non è chiaro con certezza a quale stadio di sviluppo sia arrivato il programma nucleare iraniano, ma secondo alcune fonti attendibili, Teheran avrebbe le capacità per sviluppare un ordigno nucleare in 120 giorni. A quel punto non sarebbe più una questione di expertise tecnica, ma di volontà politica. Certo, l’Iran ha tutto il vantaggio di sfruttare questa sua presunta capacità per esercitare pressione politica, ma per Israele la minaccia è reale.

Secondo gli esperti dell’Inss, ci sono quattro questioni chiave su cui Israele deve concentrarsi per garantire il mantenimento della propria sicurezza nazionale. In primis la situazione diplomatica. Limitatamente alla regione mediorientale, lo stato ebraico è al momento molto più isolato di prima: per questo motivo è necessario che continui il suo approccio di cooperazione con i propri vicini. Segue la questione palestinese: al momento, gli abitanti della Palestina non starebbero ricevendo le dovute attenzioni da parte delle loro autorità, che si interessano soltanto ad accrescere la tensione col governo israeliano. Di questo passo c’è l’eventualità che si opti per una One State Solution, che secondo l’Inss è in assoluto la soluzione peggiore.

Il terzo punto riguarda i proxy di Teheran negli altri stati mediorientali, e specificamente la loro lealtà: quant’è grande il rischio che questi gruppi decidano di non rispettare più gli ordini dei loro sostenitori e di agire in totale autonomia, con il rischio che si verifichi un’escalation di violenza che veda coinvolte sia le Israeli Defence Forces (IDF) che i gruppi paramilitari sciiti? Infine, l’ultima questione evidenziata è quella del Libano. Beirut sta attraversando una profonda crisi economica e sociale, che rischia di far scivolare il controllo del paese nelle mani di Hezbollah e dell’Iran, a meno che l’Occidente non decida di intervenire con degli aiuti economici ad hoc.

L’ultimo tema in ordine cronologico è stato quello della Siria, come esempio concreto dell’evoluzione delle dinamiche geopolitiche nel Vicino Oriente. Sin dallo scoppio della guerra civile, la Siria di Assad è sempre stata considerata come il pariah del sistema internazionale mediorientale; tuttavia, ultimamente Damasco si sta reintegrando sempre di più. Molti paesi non apprezzano il governo di Assad e le sue posizioni, ma esso garantisce una certa stabilità, e il suo ritorno nella politica regionale è simbolo della distensione ad oggi in corso in Medio Oriente. Seguire un approccio simile con Teheran potrebbe portare risultati simili?

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