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Per un attimo, nelle scorse ore, è suonato l’allarme rosso. Sono settimane complicate per il governo italiano, chiamato a disinnescare, provvidenzialmente, la mina del superbonus (qui l’intervista all’ex ministro, Vincenzo Visco). La misura voluta dal Movimento Cinque Stelle, poi confermata (non senza riserve) dal governo Draghi e ora ridimensionata in modo strutturale da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, ha purtroppo già fatto i suoi danni.

La prova è nell’aggiornamento del conto del deficit italiano, ad opera dell’Istat. Piccolo riassunto: il rapporto tra indebitamento e pil del 2020 (anno a partire dal quale il Patto di stabilità come noto è stato sospeso) sale dal 9,5 al 9,7%, quello del 2021 dal 7,2 al 9%, quello del 2022 all’8% dal 5,6% stimato nella Nota di aggiornamento al Def. E questo, hanno spiegato da Via Cesare Balbo, è avvenuto perché l’indebitamento, in miglioramento rispetto al 2021, è stato rivisto a seguito del cambiamento introdotto nel trattamento contabile dei crediti di imposta, l’ossatura del superbonus.

Fin qui i numeri. Eppure, non c’è da allarmarsi. Al netto delle rassicurazioni arrivate dal Tesoro, sono gli stessi economisti a gettare acqua sul fuoco, allontanando lo spettro di una bomba sul governo Meloni, magari mediante una reazione avversa dei mercati, che mal digeriscono un aumento dei disavanzi e l’eccessivo stress sui conti pubblici. A poche ore dalla comunicazione dell’Istat, da Via XX Settembre è arrivato un messaggio che suona come un mix di serenità e sicurezza. Una prima analisi condotta dai tecnici del Mef e della Ragioneria generale dello Stato ha infatti parlato di un impatto “limitato” del superbonus sul deficit, fissato al 4,5% nel 2023, nell’ultima Nota di aggiornamento al Def.

In più, dalle colonne del Corriere della Sera, lo stesso Giorgetti ha spiegato le ragioni dello stop al superbonus. “Avevano creato un caos, i bonus edilizi avevano creato un effetto allucinogeno. È come quando uno dipende da una droga: ne chiederà sempre di più. Allora devi interromperla e semmai gli dai il metadone”.

Poi ci sono gli esperti di Oxford Economics a dire la loro. E anche qui, la parola d’ordine è sangue freddo. Anche se “la forte revisione al rialzo del deficit di bilancio dell’Italia per il 2021 e il 2022 evoca ricordi sui dati fiscali che hanno portato la Grecia alla crisi del debito, la situazione italiana è molto diversa e non ci aspettiamo che questo ricalcolo inneschi cambiamenti significativi delle prospettive né stimoli una reazione importante del mercato”, hanno scritto gli economisti di Oxford Economics in una analisi dedicata all’Italia e pubblicata a stretto giro dai dati Istat. E ricordando che “le revisioni hanno avuto origine da una modifica contabile dei crediti d’imposta sulle ristrutturazioni edilizie”, ovvero dall’inserimento nei conti dell’impatto del superbonus.

Insomma, dai mercati, che con il governo Meloni si sono dimostrati molto mansueti e fiduciosi, niente brutte sorprese. L’analista di Oxford Economics Nicola Nobile segnala in particolare che “l’impatto sul disavanzo di quest’anno dovrebbe essere limitato poiché il governo ha eliminato questa misura a febbraio” ma bisognerà “aspettare la stima del governo ad aprile per capire come saranno influenzate le metriche fiscali in futuro”. In ogni caso, “la fine del sistema del credito d’imposta potrebbe tradursi in una normalizzazione molto più rapida dopo alcuni anni di boom sostenuto dagli incentivi pubblici: inoltre non prevediamo che la stima dell’Istat avrà un impatto rilevante sui mercati finanziari visto che la revisione incide solo sul disavanzo e non sull’entità del debito”.

Il superbonus non sarà un supermalus per i mercati

​L’esplosione del disavanzo nel 2022, figlia del ricalcolo dei crediti di imposta legati alla misura appena congelata dall’esecutivo, non innescherà la reazione dei mercati e non stravolgerà la traiettoria dei conti pubblici italiani. Parola di Oxford Economics ​

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