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Si può fare battaglia politica (anche dura e senza sconti) senza demonizzare chi si combatte? Si può considerare chi sta dall’altra parte un avversario e non un nemico? È quello che succede in tutte le democrazie liberali e i «Paesi normali». Mentre l’Italia si conferma, come d’abitudine, un’eccezione. L’ultimo episodio, sul quale si sono addensate delle polemiche strumentali (e mirate rispetto alle primarie del Pd), riguarda le dichiarazioni di Stefano Bonaccini ed Enrico Letta su Giorgia Meloni. Parole di riconoscimento di un’avversaria la quale ha rivinto le elezioni (quelle regionali), seppur in presenza di un astensionismo molto elevato – che, difatti, come indicano i flussi degli istituti di ricerca, ha colpito soprattutto a sinistra e al centro. E non certo “lodi”, come descritto pretestuosamente da qualcuno dentro il Partito democratico.

Una forma di riconoscimento del talento politico di chi sta dall’altra parte, e non un apprezzamento delle politiche che sta implementando. Come dire, per citare quanto ha scritto in questi giorni su La Stampa il direttore dell’Istituto Cattaneo Salvatore Vassallo, il rilevare che nell’ascesa di Giorgia Meloni fino a palazzo Chigi «ci sono fortuna e virtù». E, dunque, in tutta evidenza, si tratta di una pura constatazione, non certo di una condivisione di orientamenti, come dovrebbe risultare pacifico. Ma, come spesso succede nell’«eccezione italiana» (che è durissima a morire), queste constatazioni sono state spacciate da alcuni rivali interni – e, di nuovo, nel nostro contesto nazionale, è molto sovente il cosiddetto “fuoco amico” – come una sorta di “intelligenza col nemico”. Nella fattispecie, siamo in presenza di una polemica surreale e, giustappunto, strumentale, da leggere nel quadro del fuoco di sbarramento che alcuni capicorrente oppongono alla candidatura alla segreteria nazionale del presidente della Regione Emilia-Romagna.

Di fondo, esiste, però, una questione di lungo periodo. Ovvero il fatto che le pratiche di delegittimazione dell’avversario costituiscono una costante della politica italiana sin dalla seconda metà dell’Ottocento (rimandiamo, in materia, ai lavori storiografici del prof. Fulvio Cammarano e del suo gruppo di ricerca all’Università di Bologna). Una prassi trasversale che ha anche facilitato la costruzione di alleanza e coalizioni più antagonistiche (“contro”) che propositive (“per”) in vari momenti della storia politica del tardo XX secolo e degli anni Duemila. E un’eredità “virulenta” che, negli ultimi anni, è stata raccolta soprattutto – con considerevoli fortune elettorali – dai partiti neopopulisti. Come il Movimento 5 Stelle, la cui parabola, che nel frattempo ha attraverso l’arco pressoché completo dei posizionamenti politico-ideologici possibili, ha visto in occasione delle consultazioni regionali una poderosa battuta d’arresto. Un evento che, in realtà, va a confermare l’esaurirsi definitivo della spinta propulsiva di quella che era l’organizzazione politica del grillismo, convertita da  Giuseppe Conte in un partito (quasi) personale.

Superare la delegittimazione nell’interesse generale del Paese significa anche muoversi nella direzione di un clima meno avvelenato di quello sparso a piene mani in questi ultimi decenni dai vari neopopulismi. Un’aspirazione che, appunto, la campagna per le primarie di Bonaccini ha racchiuso nell’idea di un Pd che torni a essere un partito popolare ma non populista (e in grado anche di esprimere una “vocazione maggioritaria”).

È ora di uscire dalla delegittimazione dell'avversario. Scrive Panarari

Superare la delegittimazione nell’interesse generale del Paese significa anche muoversi nella direzione di un clima meno avvelenato di quello sparso a piene mani in questi ultimi decenni dai vari neopopulismi. Un’aspirazione che, appunto, la campagna per le primarie di Bonaccini ha racchiuso nell’idea di un Pd che torni a essere un partito popolare ma non populista (e in grado anche di esprimere una “vocazione maggioritaria”). L’analisi di Massimiliano Panarari

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