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“Il governo Meloni va criticato pesantemente sugli errori che commette, spesso anche per l’inesperienza dei suoi ministri e la loro incapacità di comunicare secondo un certo criterio. Ma su punti di fondo come la politica estera e le questioni economiche l’Europa prende atto che non è un governo di barbari alle porte dell’Ue”.

Lo dice Stefano Folli, editorialista di Repubblica e politologo, che analizza con Formiche.net l’ultima settimana del presidente del Consiglio, tra il viaggio in Ucraina, il rapporto con gli Stati Uniti e l’endorsement della stampa internazionale che lo ha promosso sulle politiche economiche, nella consapevolezza che l’obiettivo di Palazzo Chigi è ora il viaggio a Washington, che potrebbe significare “effettivamente un cambio di scenario per la politica estera italiana a cui il premier sta palesemente lavorando”.

Come la visita a Kiev di Giorgia Meloni rafforza, al pari dei voti parlamentari che già ci sono stati, la posizione del governo italiano sul tema della guerra?

La rafforza perché è una posizione molto chiara e che lascia poco margine anche alle ambiguità della maggioranza di centrodestra. Ho l’impressione che i distinguo che sono venuti da Berlusconi o da Salvini, che sono distinguo dialettici e mediatici ma non parlamentari, non indeboliscono la coalizione. Anzi, la determinazione mostrata dal premier dimostra realmente come sia lei a gestire in prima persona la politica estera. Tutto ciò inoltre offre un certo rilievo anche alla posizione italiana, non tanto in Europa quanto rispetto a un certo asse a cui lei guarda: quello con la Polonia e con gli Stati Uniti. Devo dire sotto questo aspetto non aveva torto Romano Prodi nell’intervista al Corriere della Sera.

Ovvero?

Ha osservato che c’è una posizione di alcuni Paesi dell’Est che sono nella Nato che guardano al rapporto privilegiato con gli Stati Uniti e che si distingue dalla posizione franco-tedesca. Mi sembra che l’Italia della Meloni guardi soprattutto a questo aspetto del rapporto con Paesi molto determinati sul tema dell’Ucraina e molto decisi a rafforzare la relazione con gli Stati Uniti, eventualmente a scapito anche dei vecchi assetti dell’Unione europea.

Quale il punto di caduta per Roma?

Questo è un punto interessante e bisogna capire se tutto ciò avvicinerà il viaggio di Giorgia Meloni a Washington, a cui lei tiene molto: quel passaggio diventerebbe una consacrazione. Se invece questo viaggio non si terrà o dovesse essere rinviato di molto, allora vuol dire che tutto questo sforzo non arriverà al punto conclusivo. Ripeto, l’incontro a Washington può significare effettivamente un cambio di scenario per la politica estera italiana a cui il premier sta palesemente lavorando.

Meloni è garanzia atlantica anche alla luce del fatto che il fil rouge Italia-Ue-Usa è stato ripristinato dopo il disallineamento dei governi Conte troppo contigui alla Cina?

Mi sembra che il premier abbia guardato soprattutto a questo: ripristinare questo filo perché gli Stati Uniti sono palesemente il suo vero interlocutore, mentre invece non lo sono né Parigi, né Berlino. In questo momento il contenzioso con Macron continua e non ci sono segnali di riavvicinamento. Per costruire il suo progetto Meloni usa un rapporto speciale che intesse con la Polonia e non più con l’Ungheria di Orban. Mentre un tempo era l’alleato principale dei sovranisti nostrani, mi pare che oggi sia invece molto raffreddato il rapporto, perché Orban sulla Russia e sull’Ucraina tiene una posizione molto diversa. Per cui alla base di questa scelta c’è il rapporto speciale con gli Stati Uniti: se questa scommessa funzionerà, allora il premier potrà consolidarsi anche in politica estera e consolidare quindi un’immagine internazionale del Paese.

E i distinguo di Berlusconi e Salvini?

Potrebbero pregiudicare questo piano solo se portassero a un qualche risultato politico o se producessero un allentamento di questa linea atlantica molto filo americana e molto filo Ucraina. Ma in quel caso vorrebbe dire che la maggioranza non è solida mentre invece a me sembra che fino adesso tutto questo non stia succedendo. Il 31% che i sondaggi accreditano a Giorgia Meloni le permette di gestire così la politica estera. Questo ad oggi, poi vedremo nei prossimi mesi.

Dopo i carri, l’Ucraina chiede i caccia: il nostro Paese potrà garantire nuove forniture militari? E che ruolo avrà nella scelta del nuovo segretario Nato?

Il ministro Tajani ha detto in maniera abbastanza esplicita che non siamo in condizioni di inviare caccia, perché non abbiamo i mezzi militari che hanno altri Paesi e quindi non possiamo fare più di tanto. Ciò lascia aperta la porta insomma ad un piccolo spiraglio. Circa il successore di Stoltenberg penso che l’Italia potrebbe esprimere il prossimo segretario. Il fatto che abbiamo una linea così chiara e determinata certamente accredita non poco una candidatura italiana. Il capo non militare della Nato è sempre europeo: sappiamo anche che la scelta, al di là delle formalità, spetta agli Stati Uniti: l’Italia ha le carte in regola ma non so francamente chi possa essere candidato. Si era parlato di Draghi ma non mi sembra che ci sia un suo interesse.

Secondo Eurostat non fermare il superbonus avrebbe avuto un impatto negativo sul nostro debito pubblico, come anche osservato dalla Faz e Le Figaro. La decisione del governo segnala un certo pragmatismo del premier e l’impegno preso con l’Ue sul versante economico?

Sì. Bisogna dire che sul piano dei bilanci e del controllo della spesa Meloni si è mossa in una linea di continuità con il governo Draghi e soprattutto di rispetto delle indicazioni europee. Probabilmente lei non ama tanto che questo le venga ricordato: però su questo terreno, che non è quello militare e geopolitico, mi sembra che la posizione del governo italiano sia molto rispettosa dei criteri generali che l’Europa indica sul piano del bilancio e della spesa.

Che ne pensa dell’articolo del Financial Times in cui, dopo anni di aspre critiche, si dava conto del fatto che le nostre azioni valgono un po’ di più e che le banche sono meno in difficoltà di quanto previsto?

È un punto importante che indica la necessità di tutti nel guardare al caso italiano senza lenti ideologiche, ma con pragmatismo. È chiaro che il governo Meloni va criticato pesantemente sugli errori che commette, spesso per anche per l’inesperienza dei suoi ministri e la loro incapacità di comunicare secondo un certo criterio. Ma su punti di fondo come la politica estera e le questioni economiche l’Europa prende atto che non è un governo di barbari alle porte dell’Ue, bensì da prendiamo atto che questo pragmatismo è molto positivo. Il governo deve continuare ad agire con pragmatismo rispetto all’Europa e rispetto alle scelte che compie sul piano internazionale: per cui c’è da essere abbastanza soddisfatti, ma al contempo c’è da criticarlo su altre tematiche, come ad esempio le politiche migratorie.

@FDepalo

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