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Identità e visioni per il Pd, prima di regole congressuali e nomi dei segretari. “Non voglio fare il passatista”, dice a Formiche.net Paolo Franchi, uno dei più autorevoli commentatori politici italiani, editorialista del Corriere della Sera e già direttore del Riformista, che propone ciò che una volta si chiamava campagna congressuale: ovvero, un congresso comincia nel momento stesso in cui è convocato, cioè nel dibattito interno che conduce alla fase ricostituente. “Tutti i dirigenti del Pd, adesso, cadono dal pero, a prescindere da quello che hanno sostenuto o su cui sono stati zitti fino a dieci giorni fa”.

Che senso ha fare il congresso del Pd a marzo quando già ora tutto è chiaro, sia agli elettori che ai dirigenti?

Potrebbe avere un senso ad alcune condizioni. Prima di tutto mettersi d’accordo su che cosa è un congresso perché è vero che tutto è già chiaro: ce lo dicono i numeri elettorali. Quello che non è chiaro e che non sa neanche il Pd nelle sue diverse componenti è che cosa è il Pd. C’è questo smarrimento identitario di un cattivo agglomerato di uomini e di gruppi. Insomma, è un’altra cosa da un partito.

Quindi?

Quindi voler fare un congresso, vorrebbe dire metterci più tempo se ci fossero gli strumenti per farlo. E potrebbe anche voler dire provare a prendere questo toro per le corna e stracciarsi le carni. Contarsi e fare un congresso, per così dire, identitario credo che sia la prima questione, altrimenti ascolteremo sempre lo stesso ritornello di voler ascoltare i territori. Sì, ma poi cosa dire ai territori? Ma attenzione: i congressi veri li fanno i partiti veri.

Il Pd non lo è?

Li facevano i partiti veri soprattutto dopo le sconfitte elettorali. Quindi questo partito c’è, con le sue regole e gli iscritti al partito, ma poi bisogna studiare formule innovative, anche solo il contrario di un congresso addirittura fondato sull’idea che, versando qualche euro e mettendo una firma, tu decidi chi è il segretario. E come se volessi partecipare all’assemblea di condominio del palazzo vicino al mio, versando due cose e facendo una dichiarazione in cui dico che il palazzo mi piace molto. Per cui non basta il profilo organizzativo, ma serve quello politico.

L’errore dei segretari bruciati anziché pensare alla strategia e all’identità del Pd, se reiterato, sarebbe come la fine del Pdl che ci ha messo 10 anni per tornare ad un minimo di unità di coalizione?

È corretto. Poi però serve un congresso che non sia come le primarie. Una volta si chiamava campagna congressuale: non voglio fare il passatista però un congresso comincia in realtà nel momento stesso in cui è convocato, cioè comincia nel dibattito interno, con il confronto interno nella definizione dei candidati su programmi politici, nel confronto tra i programmi, nella fissazione degli stessi temi e nelle autocritiche. Perché, come dire, tutti i dirigenti del Pd, adesso, cadono dal pero, a prescindere da quello che hanno sostenuto o su cui sono stati zitti fino a dieci giorni fa. La questione c’è ed è grande come una casa: si rischia di avere un partito dilaniato e la cui stessa sopravvivenza è messa in discussione. Si potrebbe anche articolare il discorso di essere stato sottoposto ad una doppia spinta centrifuga.

Da parte di chi?

Da una parte quella di chi dice dobbiamo fare come Calenda e dall’altra di quella che dice che dobbiamo fare come Conte. L’esperienza aiuta: ricordo che quando i partiti si dividono tra chi è più filo questo o filo quell’altro, sei già morto nel momento in cui fai questa divisione. Per cui la questione dei temi congressuali è importante: mi auguro si apra tra dieci giorni una grande discussione, il più possibile pubblica, sul come arrivare a una fase ricostituente, piuttosto che proseguire con candidati, veri o presunti, senza una riflessione politica.

E poi c’è la bordata di Fausto Bertinotti che ha parlato di “sconfitta del centrosinistra di marca prodiana, rappresentata dal Pd che è il soggetto politico più strutturalmente in crisi. È un partito che non ha più ragione di esistere. Il Pd cerca alleanze perché non ha identità, non è di sinistra, non ha un’idea di società. Senza le ceneri non rinasce l’araba fenice”. Ha ragione?

Personalmente ho sempre dei dubbi, per formazione culturale diversa da quella del mio amico Bertinotti, sull’araba fenice o sull’anno zero. Però debbo anche riconoscere che se c’è un momento in cui, chiamiamola così, la retorica dell’anno zero ha un suo fondamento, beh, è proprio questo. Cioè, se non si pone adesso al centro il problema identitario quando lo faranno? Porto un esempio. Ma in quale altro partito al mondo accade che tre segretari se ne vanno dopo esser stati politicamente sconfitti, e non solo lasciano la segreteria ma fondano un altro partito?

Cosa significa?

Significa che in quello che dice Bertinotti c’è un elemento di verità. Il primo punto essenziale è che il partito ha discusso solo delle sue possibili alleanze, oltretutto dopo aver corso praticamente da solo alle elezioni, simulando uno scontro di tipo maggioritario al Sud tra Letta e la Meloni, come se il problema fosse lei. Inoltre non conta solo chi farà il segretario del Pd, tema di per sé di non di straordinario interesse, ma anche quali lottatori politici si getteranno nella costruzione sulle ceneri. Si trovano nella società italiana, nella cultura italiana oltre che nella politica? Sento in circolazione molti ruggiti del topo, ma non invece la voce di quelle forze che dovrebbero incarnare nuove visioni per il partito: lo dico con dolore e non certo con gioia.

@FDepalo

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