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La Cina è messa male, soprattutto dentro casa propria. E allora fare proseliti e allargare le fila dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) è l’unica strada possibile, soprattutto quando il fallimento della via della Seta è ormai conclamato. Carlo Pelanda, economista e gran conoscitore di cose asiatiche, legge così l’ingresso dell’Iran nella rete transnazionale fondata nel 2001 dalla Cina e che, originariamente, raggruppava Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Russia. Ma ora allargata a India, Pakistan, Uzbekistan e, per l’appunto, Iran.

Si tratta della prima organizzazione internazionale fondata da Pechino, con lo scopo di dare una demarcazione più precisa ai confini tra la Repubblica popolare e i suoi vicini centro-asiatici e rispondere all’Occidente. Ma che ora si sta lentamente trasformando in una delle ultime ciambelle di salvataggio per Pechino, indebolita come non mai da una crescita al rallentatore e da un mercato immobiliare per gran parte distrutto.

Nel giorno in cui Teheran ha firmato il memorandum per l’adesione all’Organizzazione (che oggi riunisce nazioni che rappresentano il 44% della popolazione globale e il 24% del Pil del mondiale e il cui baricentro è proprio la Cina) al vertice di Samarcanda, dove è presente anche il presidente russo Vladimir Putin, Pelanda spiega a Formiche.net perché l’espansione della Sco nasconde una grande fragilità di fondo cinese.

“Il motivo per la Cina ha deciso di allargare la Sco è che a Pechino si è compresa la necessità di cambiare strategia, dopo che i progetti legati alla via della Seta si sono rivelati un fallimento o comunque al di sotto delle aspettative. E la nuova strategia, che in realtà va avanti da un po’ di tempo, prevede la creazione di un blocco ancora più ampio, visto che con gli Stati Uniti e l’Europa il dialogo non è mai stato così difficile”, spiega Pelanda. “Le cose per Pechino si sono messe male, perché l’economia cinese non è più quella di una volta”.

Pelanda affronta poi la questione del ruolo dell’India nella Sco e quanto questo peso possa rappresentare un rischio per l’Occidente, che ha spesso intravisto del pericolo dietro l’avvicinamento di Nuova Delhi al Dragone. “Se pensiamo al caso dell’India, non mi preoccuperei più di tanto, perché parliamo di un Paese che ha interesse ad attingere tanto dai regimi autoritari, quando da quelli democratici. Il fatto è che il governo cinese sta finendo i soldi, rischiando l’implosione finanziaria. Per questo l’unica possibilità era quella di assicurarsi il predominio su un’area il più vasta possibile. Ci è riuscita con la Russia, spingendola ad aprire un secondo fronte con gli Stati Uniti. E poi ha incluso l’Iran, facendo arrabbiare non poco la Russia, che però non ha le risorse in questo frangente per opporsi alla Cina”.

Non è finita. “Sempre per mezzo della Sco, Pechino sta corteggiando i Paesi del centro-Asia, nonostante l’ostilità di molte nazioni islamiche che spesso non sono andate d’accordo con il regime cinese. Tutto questo per dire che la Cina sta costituendo il suo blocco di dominio diretto, antagonista all’Occidente. E questo è importante, perché oggi la stazza dei blocchi diretti consente di aggredire eventuali aree grigie che si frappongono tra questi blocchi. Come vede la strategia cinese è chiara e anche piuttosto semplice: creare un centro di potenza, travestito da guanto di velluto con dentro un pugno di ferro, con cui espandersi, sempre di più”.

Attenzione però, c’è da fare una precisazione. “La politica messa in atto dalla Cina è fragile, perché per creare questi blocchi servono soldi. Voglio dire che chi decide di aderirvi, chiede denaro, risorse, investimenti. E in questo momento la Cina di denaro ne ha poco, per i motivi che sappiamo. Questo però, va detto, vale anche per gli Stati Uniti e l’Europa”.

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