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L’Italia – dobbiamo riconoscerlo – è stata nel gruppo di testa tra i Paesi che di fronte alla nuova ondata di contagi per nuove varianti di Covid 19 in Cina (si parla di 250 milioni di contagi e di 5000 morti al giorno) ha preso misure per controllare i viaggiatori provenienti da quello che fu il Celeste Impero. Come è noto, la metà circa dei passeggeri di aerei provenienti da Pechino o da Shangai sono risultati “positivi” al tampone. Sono misure facilmente aggirabili prendendo voli che arrivano ad un Paese terzo (quelli del Golfo persico sono particolarmente “accomodanti”) da lì trasferendosi ad uno per l’Italia, ma sono comunque megliori di non fare nulla.

Sulla nuova ondata di Covid in Cina e sulle sue innumerevoli varianti ci sono ampi resoconti sulla stampa italiana. Molto meno si sa e si riflette sulle sue implicazioni economiche e politiche per quella che voleva essere la seconda potenza economica mondiale (dopo gli Stati Uniti) e per il resto dell’economia e politica internazionale.

Sotto il profilo strettamente economico, la Cina è stata, per decenni, uno dei traini dell’economia mondiale. Fino al 2013 il Pil del Paese è cresciuto con una media del 10% l’anno per circa un trentennio, trasformando la Cina da una arretrata economia agricola ad una potenza economica mondiale. Da allora è iniziato un rallentamento derivante, in una prima fase, in gran misura da un eccessivo investimento nell’immobiliare. Negli ultimi 12 mesi, secondo le stime dell’Economist Intelligence Unit, il tasso di crescita non ha sfiorato il 4%. Le statistiche cinesi vanno prese con le molle. Tuttavia, è facile supporre che la pandemia avrà un effetto severo sull’andamento economico di un Paese che si era abituato a crescere a tassi sostenuti per dare alla propria popolazione aspettative di benessere in cambio di mancanza di libertà. Oggi, le prospettive sono quanto mai incerte.

L’esplosione del virus ha non solo portato al collasso del sistema sanitario ed alla chiusura di interi comparti dell’economia cinese, ma indotto numerose multinazionali dei settori più avanzati a lasciare le loro attività in Cina ed a trasferirle altrove, ove non rimpatriarle. Quello che fu il Celeste Impero, è sul punto di essere sorpassato dall’India (suo storico concorrente e, sovente, avversario), sotto il profilo sia demografico sia di Pil. Nei prossimi 12 mesi, è plausibile preconizzare un tasso di crescita ben al di sotto del 2% l’anno, non tale, quindi, né di contribuire alla ripresa economica mondiale né da mantenere la promessa alla propria popolazione di una prospettiva di benessere in cambio di restrizioni alla libertà.

In serie di corrispondenze da Shangai, dove vive da un quarto di secolo, la giornalista olandese Eva Rammelloo ha descritto puntualmente come i lockdown previsti dalla politica di “zero Covid” hanno indotto ad una seria sfiducia di una parte crescente della popolazione nei confronti di quelli che possiamo chiamare “i poteri costituiti”. Li Yuan, una giornalista il cui nome (o pseudonimo) è identico a quello del “signore della guerra” che nel Seicento dopo Cristo, unificò la Cina e fondò la prima dinastia, in un’analisi approfondita sul New York Times del 28 dicembre ha analizzato in dettaglio come il repentino e vasto cambiamento dalla politica di “zero Covid” al “liberi tutti”, con drammatiche implicazioni toccate con mano nel giro di pochi giorni, ha dato la sensazione a gran parte dei cinesi che ”no one is charge” (nessuno è della cabina di guida e di controllo). Questa è la tragica situazione dei regimi autoritari: si sorreggono sino a quando i loro cittadini credono (anche sotto l’influenza di media rigorosamente controllati) che possono portare i frutti che promettono, per avere grosse scosse, preliminari forse al loro crollo o quanto meno a forti tensioni interne, quando la popolazione ha una forte caduta di fiducia.

Quindi, oltre alle implicazioni economiche, ce ne sono molto gravi politiche. Tipico dei regimi autoritari è di cercare di calmare la scossa e di trovare un elemento unificante come l’ultranazionalismo. Lo ha fatto la Federazione Russa aggredendo l’Ucraina nella speranza che un’operazione militare di pochi giorni, al massimo di poche settimane, avrebbe creato un’ondata di patriottismo tale da quietare la dissidenza interna. Le manovre su Taiwan hanno lo stesso obiettivo e scoppiano ora anche come antidoto alla sensazione interna che “no one is in charge”.

In breve, la Cina si allontana dal processo d’integrazione economica e politica internazionale. Ciò può avere vaste ripercussioni su tutti noi. Stiamo in allerta nel 2023.

(Foto di Joshua Fernandez su Unsplash)

Le conseguenze globali del disastro Covid cinese (che l'Italia prova ad arginare)

Oltre alle implicazioni economiche, ce ne sono molto gravi politiche. Tipico dei regimi autoritari è di cercare di calmare la scossa e di trovare un elemento unificante come l’ultranazionalismo. Lo ha fatto la Russia con l’Ucraina. Le manovre su Taiwan hanno lo stesso obiettivo e ora sono lanciate anche come antidoto alla sensazione interna che “no one is in charge”

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