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“Era il viaggio che Charles Michel desiderava fortemente compiere. Ora sta diventando un incubo”. Così Politico fotografata la visita in Cina del presidente del Consiglio europeo per incontrare giovedì il leader Xi Jinping.

Non bastano le polemiche per l’assenza di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, in questo viaggio organizzato dopo che il bilaterale a margine del G20 di Bali, in Indonesia, era saltato a causa delle riunioni d’emergenza in seguito ai missili caduti sulla Polonia. Le proteste in Cina, con i manifestanti che chiedono le dimissioni di Xi appena riconfermato leader dal Partito comunista cinese, fanno sì che Michel sia il primo leader occidentale a incontrare il leader.

Per quest’ultimo le contestazioni sono una dura prova, visto che nascono dalle critiche alla politica Zero Covid, ormai fatta diventare simbolica da Xi e dalla sua leadership.

Per Michel, invece, sembrano essere soltanto causa di guai. “Probabilmente avrà avuto dei ripensamenti”, ha detto un funzionario europeo parlando a Politico a condizione di anonimato. “Essendo il primo leader occidentale ad andare” in Cina “nel mezzo di queste proteste, sarà costretto a dire qualcosa, quindi cosa dirà? Se potesse mandare indietro le lancette dell’orologio, probabilmente annullerebbe” il viaggio, ha aggiunto.

Reinhard Bütikofer, eurodeputati dei Verdi e presidente della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con la Cina, ha invitato Michel a “cogliere l’occasione per sollevare le nostre preoccupazioni riguardo a diverse questioni”. “Se c’è una repressione del recente movimento di protesta, l’Unione europea è disposta a sollevare la questione nelle istituzioni internazionali e a considerare nuove sanzioni”, ha spiegato a Politico.

Anche dagli Stati Uniti e dal Regno Unito sono arrivati segnali in questa direzione. “Alle persone deve essere concesso di riunirsi e di protestare pacificamente”, ha detto infatti John Kirby, portavoce del consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, rispondendo a una domanda sulla posizione dell’amministrazione Biden rispetto alle proteste in Cina. Il primo ministro britannico Rishi Sunak ha detto che, di fronte alle proteste, la Cina ha “scelto di reprimere ulteriormente, anche aggredendo un giornalista della BBC”. “Riconosciamo che la Cina rappresenta una sfida sistemica ai nostri valori e ai nostri interessi, una sfida che si fa più acuta man mano che si muove verso un autoritarismo ancora più forte”, ha dichiarato rivolgendosi a una platea di imprenditori ed esperti di politica estera scatenando anche una dura risposta della diplomazia cinese.

Ma non è tutto. Per Michel c’è anche un altro problema: i temi del viaggio. “In un contesto geopolitico ed economico teso, la visita rappresenta un’opportunità tempestiva di dialogo tra l’Unione europea e la Cina” per discutere “delle sfide globali e di argomenti di interesse comune”, spiega una nota del Consiglio europeo. “Vogliamo lavorare con l’Unione europea per rafforzare la comunicazione strategica e promuovere una crescita sostenuta, solida e costante delle relazioni Cina-Ue”, ha scritto Wang Lutong, direttore degli Affari europei del ministero degli Esteri cinese, su Twitter.

Il punto è che alle principali domande delle controparti cinesi, come quelle sulla politica commerciale e i controllo statunitensi sulle esportazioni di microchip, Michel non può rispondere. Sono questioni spettano alla Commissione europea. Ecco perché, spiega la stesa fonte a Politico, “l’intero viaggio deve essere visto alla luce della rivalità tra von der Leyen e Michel”.

Ma attenzione. Come ha spiegato Richard Fontaine, chief executive officer del think tank Center for a New American Security di Washington, a Formiche.net, “Pechino vede gli Stati Uniti e l’Europa come potenze separabili”. E queste tensioni non sono che un assist alla Cina.

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