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È sempre difficile scavare nei ricordi quando si è sopraffatti dalla commozione. Nel caso della scomparsa di Giuseppe Bono per me stranamente non è così. “Peppino”, come lo chiamavano quasi tutti, per me è sempre stato il “Dottore”. Con lui ho iniziato a muovere i primi passi da giovane manager, in quella Finmeccanica (oggi Leonardo) che non ho mai dimenticato e a cui devo moltissimo.

Il Dottor Bono si aspettava da me discorsi puntuali, rigorosi ma allo stesso tempo creativi. Il mio stupore era costante: come poteva un uomo così adulto e così pieno di esperienze cercare sempre uno spunto nuovo, un’idea brillante. Era ossessionato soprattutto dai giovani, accettava ogni singolo invito a una cerimonia di premiazione, da una scolaresca, da una delle tante organizzazioni caritatevoli. E i giovani vedevano in lui un modello, un piccolo grande uomo della provincia italiana che era arrivato a guidare il colosso più importante dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza. Ogni volta che mi avvertivano di un suo impegno pubblico provavo per ore a scrivere un discorso non banale e non scontato. Perché il Dottore scontato non lo era mai.

I suoi occhi avevano un colore e una luce vivissima, l’energia di chi ha fame di vita e sa che la strada sarà quasi sempre in salita. Ascoltava tutti Bono, poi decideva lui. Ma amava circondarsi di persone attente e poco ossequiose. Le altre le relegava a comparse e le apostrofava in maniera non sempre gentile. In fondo la rudezza era la sua superficie ma il tempo passato con lui era anche pieno di sorrisi e di ricordi personali.

Amava la politica, quella con la P maiuscola, e amava la politica estera. Quando il centro di ricerche Nomisma avviò un’iniziativa brillante e mai abbastanza celebrata, quella di un rapporto annuale sulla sicurezza internazionale, Nomos&Khaos, Bono capì che c’era bisogno non solo di produrre carri armati e radar ma di investire su una cultura della sicurezza. Quando pubblicai il mio primo libro di geopolitica, “Oltre l’Iraq”, mi informarono di un unico ordine di 20 copie. Solo dopo anni seppi che le aveva comprate il Dottore, per regalarle agli amici.

Ancora qualche mese fa, nei nostri incontri, vedevo quella luce. Ripeteva davanti a tutti, prendendomi per un braccio, “questo qui è una mia creatura, scrive benissimo”. Bontà sua, Dottore. Potevo leggere il suo orgoglio, che a quel punto era anche il mio: l’orgoglio di aver avuto pochi ma eccellenti Maestri nella mia vita. E lei è stato senz’altro il primo.

Sono certo che continuerà anche altrove con la sua discrezione, la sua curiosità e la passione per quei grandi mostri dell’aria e del mare che prima immaginava e poi guardava come un bambino guarda passare un treno in corsa. Era lo stesso stupore che chiedeva ai giovani di non perdere mai.

Vi racconto passione e curiosità di Giuseppe Bono. Il ricordo di Ansalone

Sono certo che continuerà anche altrove con la sua discrezione, la sua curiosità e la passione per quei grandi mostri dell’aria e del mare che prima immaginava e poi guardava come un bambino guarda passare un treno in corsa. Era lo stesso stupore che chiedeva ai giovani di non perdere mai. Il ricordo di Gianluca Ansalone, già collaboratore di Giuseppe Bono

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