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La guerra diventa ogni giorno più insopportabile, ma non può cadere nel vuoto la prova di fermezza degli ucraini, il sacrificio di un popolo aggredito, le sofferenze dei civili sotto le bombe dell’esercito putiniano. Non può valere, pertanto, un appello alla pace che scivoli ambiguamente sulla piatta esigenza di un cessate il fuoco, senza individuare chi debba operare in questa direzione. Spetta a Mosca compiere un gesto di buona volontà.

Un rilassamento della pubblica opinione, certo sull’onda di un seducente pacifismo, costituirebbe in potenza l’avallo della logica imperiale della Russia. Ciò non toglie che si pensi alla pace e si lavori per essa, sforzandosi di trovare gli spazi, anche minimi, di una iniziativa diplomatica. Tuttavia la diplomazia è proiezione necessaria della politica, non vive e sussiste a prescindere dalla politica. Finora l’Europa ha tenuto una linea rigorosa, anche mettendo a rischi i suoi legittimi interessi: non ha ceduto alla “minaccia del gas” e ha avviato il processo di sganciamento dalla dipendenza energetica da Mosca. Ciò rende l’impegno dell’Europa un pilastro ineludibile della possibile strategia di pace.

Ecco, invocare la diplomazia non significa immaginare soluzioni improbabili. Appare francamente illusoria la prospettiva di una pace costruita sull’intesa tra America e Cina, mettendo all’angolo l’Europa. È più realistico pensare a una ripresa di dialogo tra Washington e Mosca, con un ruolo importante delle cancellerie europee e della stessa Unione Europea. Non è uno scenario impossibile, benché al momento la guerra sul terreno renda tutti pessimisti.

E pessimisti è dir poco, visto come si articola con leggerezza, da qualche tempo a questa parte, la discussione sull’apocalisse nucleare. Ma proprio nel gorgo della irrazionalità si deve a tutti i costi rintracciare la possibile “controffensiva” della razionalità politica. L’occidente può temere l’olocausto, ma nondimeno la Russia, responsabile del temibile primo colpo, sarebbe chiamata a patirne le conseguenze. L’esigenza impellente della pace, ancor più dell’auspicio in virtù di buoni sentimenti, marcia ai bordi di questa tremenda consapevolezza sui danni dell’opzione atomica.

Putin non deve contare, in sostanza, sulla divisione dell’Occidente e dell’Europa. Non deve illudersi che la forza gli consenta di vincere l’orgoglio del popolo ucraino. Non deve affidarsi, men che meno, alla convinzione che il “sogno di pace” degli europei si muova al di fuori dei confini della ragione, prigioniero di un istinto di arrendevolezza morale e psicologica. La vera pace, quanto mai urgente, si può ottenere solo con la difesa e la riconferma di un sacrosanto principio di rispetto di quell’indipendenza di popoli e nazioni a sostegno dell’ordinamento di sicure e stabili relazioni internazionali.

La pace non è arrendevolezza. La versione di Fioroni

La vera pace, quanto mai urgente, si può ottenere solo con la difesa. Non può valere, pertanto, un appello alla pace che scivoli ambiguamente sulla piatta esigenza di un cessate il fuoco, senza individuare chi debba operare in questa direzione. Spetta a Mosca compiere un gesto di buona volontà

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