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Ciò che non va trascurato nel conflitto in Ucraina è che la storia del Paese prima del 1991, anno dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, è stata scritta da altri, soprattutto dai russi. Ciò vuol dire che la censura in atto impediva qualsiasi ricerca sull’identità nazionale. Questo ha dato origine a mistificazioni, letture alterate, verità distorte. Non ultima l’assunto di Vladimir Putin secondo cui russi e ucraini sarebbero un solo popolo, con i secondi relegati a semplice appendice della madrepatria Russia. Verità di comodo per un certo Occidente, colluso o solo isolazionista e poco lungimirante. Senza dimenticare un altro Occidente, quello che, sottovalutando gli effetti della pulizia etnica ai danni della minoranza russa nella regione del Donbass, ha finito con il fornire a Putin l’alibi pericoloso della “denazificazione”.

Ma le bugie storiche non restano impunite, né per gli autori né per chi le subisce. I dittatori di ultima generazione, da Saddam Hussein a Muammar Gheddafi, potrebbero confermarlo se fossero ancora qui. Eppure, la menzogna è insita nella natura del tiranno, che, altrimenti, non potrebbe esercitare uno strapotere nei confronti del suo popolo. Solo una realtà contraffatta può alimentare un potere fuori misura. Questo vale per gli imperatori dell’antichità come per gli autocrati contemporanei. Nel nostro caso, le bugie storiche hanno generato un’ignoranza storica, per cui i più non sono a conoscenza della centralità dell’Ucraina nei secoli, in particolare nell’incontro con l’Occidente, e sono legati a vecchi e fuorvianti luoghi comuni.

In tempi non sospetti e relativamente recenti (2002), un convegno dal titolo “L’età di Kiev e la sua eredità nell’incontro con l’Occidente”, portò alla luce il protagonismo dell’Ucraina e la sua memoria. Alla conferenza internazionale, promossa dall’Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa di Vicenza, parteciparono esimi studiosi italiani, ucraini, polacchi e russi. In quel contesto, Nina Kowalska, allora ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, rimarcò quanto fosse importante per gli studiosi del suo Paese non rimanere isolati per il recupero della verità contro gli stereotipi che presentavano in maniera falsa la storia del suo popolo, a cominciare dal riconoscimento di un fondamento comune europeo negli aspetti culturale e religioso.

D’altronde, già Johann Wolfgang von Goethe diceva che la lingua materna dell’Europa era il cristianesimo e, dunque, anche i Paesi del Centro e dell’Est parlavano questa lingua comune. L’Ucraina, in particolare, fu terreno di scontro tra i vari flussi cristiani, ma va detto che la tradizione cattolica è stata, forse, determinante per la formazione e l’indipendenza dello Stato e la propensione al sentire europeo. Inoltre, ben prima della richiesta del presidente Volodymyr Zelenski di adesione all’Unione europea, la storica Olga Nedavnya, sempre nel 2002, citava il programma Ucraina 2010, elaborato da Presidenza della Repubblica, ministeri, istituzioni centrali e locali, in cui si proclamava il ritorno ai valori europei quale fondamento del rinato Stato ucraino, riconoscendone le comuni basi spirituali.

Di fatto, è l’arrivo dei Mongoli nel XIII secolo a dividere nettamente il territorio della cosiddetta Rus’ in due parti: un’area dominata dai nuovi invasori, che diventerà la Russia e guarderà a Oriente, e un’altra, che già guardava a Occidente e che sarebbe diventata l’Ucraina. Lo stesso Karol Wojtyla, prima di salire sul soglio pontificio, diceva che la frontiera dell’Europa era “laddove si incontravano l’area di diffusione del Vangelo e quella dell’invasione mongolica dell’Asia”. È anche per questo che lo slavista Sante Graciotti parlava di due Slavie e due Europe, con Kiev che assumeva un ruolo fondamentale grazie al lavoro di sintesi che aveva operato nel corso dei secoli tra Oriente e Occidente.

È proprio l’Ucraina a esportare cultura in Russia nella seconda metà del Seicento e nei primi decenni del Settecento. E, nonostante la censura e la repressione successive, tracce dell’insegnamento kieviano le ritroviamo postume. Sempre nei primi anni Duemila, gli slavisti si imbatterono in una nuova contraddizione: da un lato, la possibile adesione della Russia alla Nato; dall’altro, la denuncia dello scrittore russo Aleksandr Nikolaevich Afanasiev di un nuovo isolazionismo politico e culturale del suo Paese nei confronti dell’Europa, vista un’altra volta come antagonista. Le aspettative, però, erano molto alte, tanto che Graciotti, negli Atti del citato Convegno editi da Viella, affermava: “L’Ucraina è la nostra alternativa all’Est europeo. Pluralista, piena di discussioni al suo interno, abituata al confronto con il diverso, si presenta come il mediatore possibile tra Oriente e Occidente per una integrazione europea e credo che lo debba diventare anche a livello politico diplomatico”. Parole inascoltate, grande occasione persa.

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