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Agguati politici a Mario Draghi? Negli ambienti politici viene dato per scontato che fra la visita del premier a Kiev e quella del 10 maggio a Washington, i 5 Stelle, sponda Conte, e la Lega salvinicentrica, tenteranno di fare lo sgambetto al governo.

L’obiettivo sarebbe quello battere un colpo agli occhi degli elettori grillini e leghisti, ma anche di evitare che Draghi si rafforzi in maniera irreversibile sul piano interno e soprattutto su quello internazionale e riesca a superare di slancio, cogliendo un incontestabile successo, la difficile situazione della crisi energetica, del braccio di ferro con Mosca e diventi il baricentro degli equilibri europei.

Per mettere ulteriormente i bastoni fra le ruote del governo salviniani e grillini non hanno del resto che l’imbarazzo della scelta a cominciare dalle forche caudine del Senato sulla riforma della giustizia, appena varata dalla Camera, e soprattutto dal no al nuovo invio di armamenti all’Ucraina. A Palazzo Madama sulla giustizia alle riserve mentali dei legisti si potrebbero aggiungere anche quelle dei renziani.

Il vento delle amministrative e delle politiche preannuncia tempesta in tutti gli schieramenti. L’effetto elettorale sbilancia leader e partiti sulla politica estera. Il multiforme dibattito sulla guerra scatenata dalla Russia di Putin contro l’Ucraina si trasforma in alibi per ottenere visibilità e riposizionarsi in vista del voto di giugno e per rodare le svolte d’autunno per le politiche della primavera del 2023.

Nei 5 Stelle, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio sembrano arrivati alla disfida cruciale: reduce dalle polemiche sugli oscuri retroscena, ancora tutti da chiarire, del caso Trump – Barr e dei rapporti con l’allora direttore dell’intelligence Gennaro Vecchione – il leader ufficiale del Movimento si oppone all’invio di armi “offensive” all’Ucraina e invoca una escalation diplomatica.

Il ministro degli Esteri invece è pienamente concorde con Draghi e il governo, che in ogni caso tira dritto e sta già inviando gli armamenti a Kiev. Alla posizione di Conte si aggiunge quella di Matteo Salvini, che dopo aver constatato l’ennesima sconfitta del leader internazionale di riferimento, nell’ordine Trump, Putin e Le Pen, rimane in bilico fra la solidarietà all’Ucraina e le perplessità sull’invio di armi agli ucraini.

Sulla riforma della giustizia, Salvini e i leghisti guidano invece il tentativo di un’ampia area politica, che va da Forza Italia, ai Renziani, ai grillini, al gruppo misto, di stravolgere al Senato quanto approvato dalle stesse forze politiche a Montecitorio.

Se non bastasse l’alibi dell’Ucraina e della giustizia per fermare il governo, Lega, 5 Stelle e parte di Forza Italia sono pronti a ricorrere all’allarme sul fisco e il catasto.

Dietro il paravento del buon viso e del cattivo gioco contro Draghi di Conte e Salvini si agita anche il Pd. Al Nazareno la drastica riduzione del numero dei deputati e dei senatori ha fatto scattare la corsa al collegio elettorale sicuro e l’assedio alla segreteria Letta.

Una sicurezza molto relativa perché per effetto della riduzione a 200 dei collegi senatoriali, 4 dei quali esteri, e a 400 quelli dei deputati, fra cui 8 esteri, anche se la soglia di sbarramento dovesse restare fra il 3 e il 5 % , di fatto si determinerebbe nei singoli collegi un innalzamento effettivo della soglia media d’ingresso in Parlamento vicina all’incirca all’8%.

È quanto sostiene Pino Pisicchio, un ex parlamentare Dc di lungo corso con una esperienza di sei legislature, più volte sottosegretario e presidente di Commissione, attualmente Docente di Diritto Pubblico Comparato ed editorialista.

Secondo Pisicchio l’impatto della riduzione dei parlamentari prescinde dallo sbarramento “formale”, mentre per gli esperti del proporzionalismo si potrebbero raggiungere soglie effettive molto alte. È un fenomeno che ben conoscono gli spagnoli, dove, a fronte di uno sbarramento formale del 3% la soglia implicita va dal 6 al 9%, a causa di collegi elettorali piccoli che eleggono un numero di parlamentari relativamente basso. Alle prossime politiche in Italia potrebbe verificarsi una cosa del genere.

La rivoluzione elettorale annunciata rende dunque determinante il controllo delle segreterie che decidono la composizione e la presentazione delle liste dei candidati. Non è escluso in caso di ulteriore disfatta dei 5 Stelle e di ennesima sconfitta della Lega alle amministrative, che Conte e Salvini decidano di passare all’opposizione uscendo dal governo.

Ipotesi che innescherebbe la scissione certa nei grillini e quella meno probabile, ma possibile, nella Lega. Viene dato per scontato infatti che un certo numero di parlamentari fedeli a Di Maio continuerebbero a sostenere l’esecutivo sconfessando Conte e uscendo dal Movimento.

Nella Lega invece bisognerebbe attendere l’esito del confronto fra l’ala controllata da Salvini e lo schieramento dei presidenti di Regione, Zaia e Fedriga in primis, dai settori confindustriali e dagli ambienti governativi vicini al ministro dello sviluppo Giancarlo Giorgetti. L’autunno della politica si preannuncia più caldo degli sviluppi sul fronte della guerra e del covid.

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