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Ora sono in due a dirlo. Dopo Confindustria, lo scorso sabato, adesso arriva un altro allarme, di quelli che fanno rumore. Quello di Bankitalia. Nel 2023, cioè tra pochi mesi, l’economia italiana si fermerà o, nella migliore delle ipotesi, tirerà il freno a mano, rallentando parecchio. Non c’è troppo da andare per il sottile, l’impennata del prezzo del gas e un possibile, forse probabile, razionamento dei flussi sono percepiti in questo momento dalle imprese come il nemico pubblico numero uno. Tutto il resto è secondario.

FRENATA IN VISTA

E allora, proprio mentre il governo uscente di Mario Draghi si appresta a mettere in piedi un ultimo decreto anti-bollette, della portata di circa 10 miliardi di euro, ecco che da Via Nazionale arriva la previsione. Nel 2023 il Pil dell’Italia “resterà positivo”, ma decisamente inferiore rispetto a quanto previsto a luglio. Le stime, ha spiegato il direttore generale di Palazzo Koch, Luigi Signorini, “saranno notevolmente ridotte per il prossimo” anno, ma comunque, “nella nostra proiezione di base, la variazione del Pil dovrebbe rimanere positiva nella media del 2023, perché l’economia dovrebbe tornare a crescere nella seconda metà dell’anno”.

La frenata, insomma, è garantita. Ma se per gli industriali si tratterà di una vera e propria gelata, per Via Nazionale potrebbe trattarsi ancora di un raffreddore. Qualche starnuto, in realtà, già c’è. “In uno scenario avverso, che presuppone un maggiore impatto e più prolungato della guerra sulla disponibilità e sui prezzi dell’energia, l’economia continuerebbe a contrarsi per qualche altro trimestre e il Pil scenderebbe nella media del 2023”, ha concluso Signorini.

IL FATTORE IMPRESA

Tutto, comunque, dipenderà dalla salute delle imprese. E dalla loro capacità di resistenza all’urto. Anche qui le sirene non mancano. Sempre secondo Bankitalia, il 77,9% delle imprese italiane ritiene che nel terzo trimestre la situazione economica del Paese sia peggiorata rispetto al trimestre precedente e che solo l’1,6% riscontri un miglioramento. La quota di aziende che ritiene la situazione economica peggiorata è aumentata di 14 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

Secondo gli analisti, “il pessimismo delle imprese sulle proprie condizioni operative nei prossimi tre mesi si è acuito, continuando a riflettere principalmente l’incertezza imputabile a fattori economici e politici e l’andamento dei prezzi delle materie prime. Per quasi un terzo delle aziende, le difficoltà legate al costo dell’energia sono state maggiori che nel trimestre precedente. L’impulso della domanda, che aveva sostenuto l’attività negli ultimi trimestri, è venuto meno e le attese delle imprese non ne prefigurano una ripresa nei prossimi mesi”.

Nel dettaglio, le aspettative sull’inflazione al consumo sono cresciute in misura marcata, raggiungendo i massimi fin dall’inizio delle rilevazioni nel 1999. “Il tasso di inflazione attesa si attesta, in media, al 7,5 per cento tra sei mesi (da 6,4 nella precedente rilevazione), a 6,9 tra 12 mesi (da 5,6), a 5,7 tra 2 anni (da 4,8) e a 4,9 su un orizzonte compreso tra i 3 e i 5 anni (da 4,3)”. Con il rialzo dei prezzi di vendita che si è rafforzato: i listini sono stati rivisti, rispetto a un anno prima, del 9,3 per cento nell’industria, del 3% nei servizi e del 6,8% nelle costruzioni. “La crescita dei prezzi praticati dalle aziende prevista per i prossimi 12 mesi rimarrebbe sostenuta, su valori pari a 6,1, 3,7 e 6,5 per cento rispettivamente nei tre settori”.

 

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