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Entrati nel terzo mese di un conflitto al tempo stesso sanguinoso e sanguinario, una domanda sembra imporsi alla considerazione generale con sempre maggiore impellenza. Nella inevitabilità di individuare, per porre fine al massacro in corso, una soluzione di compromesso che possa essere accettabile tanto a Mosca quanto a Kiev, come e dove individuare il “punto di incontro” fra due visioni così contrapposte? Non manca di stupire la circostanza che nessuna delle due capitali coinvolte, dopo iniziali e fra di loro lontanissime prese di posizione, abbia successivamente elaborato con precisione i rispettivi obiettivi e le rivendicazioni, anche al fine di sottoporli al vaglio della comunità internazionale, preferendo lasciare la parola ai combattimenti a oltranza.

Vediamo pertanto di ricostruire qui, per quanto possibile, il complesso puzzle, scartando – per evidenti ragioni – le ipotesi estreme, enunciate poco dopo lo scoppio delle ostilità ma ora del tutto irrealistiche, rappresentate, da un lato, da un ritorno dell’Ucraina ai confini pre-2014 e, dall’altro, dall’insediamento a Kiev di un “Quisling” agli ordini del Cremlino.

Sotto un primo aspetto, quello geografico, il mosaico da comporre appare costituito dalle due repubbliche (internazionalmente non riconosciute) di Donetsk e Lugansk, dalla regione del Donbass (ben più estesa rispetto ai territori dei due predetti simulacri di Stato), dalla penisola di Crimea (de facto russificata dal 2014), da corridoi meridionali a geometria non univoca, nella variante più breve estesi dalla frontiera alla Crimea e, in quella più ampia, tale da prevedere un collegamento diretto fino alla Transnistria. In questo ambito, la più recente (ma certamente non ultima) proposta di cui si ha notizia, riguarda la possibile creazione, previo svolgimento di un “referendum” popolare, di una terza enclave russa per la città di Kherson e relativo circondario.

Sul piano, invece, della futura collocazione dell’Ucraina, all’impegno (internazionalmente sancito e monitorato) a non aderire in alcun modo alla Nato e alla conferma della denuclearizzazione sancita nel 1991 a Budapest (condizioni certamente, entrambe, irrinunciabili per Mosca), il dubbio verte sull’adozione da parte di Kiev di uno status di neutralità , che impedisca lo stazionamento di forze militari straniere e, in una versione più radicale, che limiti addirittura la consistenza numerica dell’esercito nazionale.

Quale “combinato disposto” dei due gruppi di condizioni appare il più idoneo a essere preso in considerazione, se non altro come base preliminare per una trattativa? E a chi, in mancanza di un’iniziativa proveniente da una o entrambe le parti in conflitto, spetterà il compito di assumere la leadership in questa delicatissima “mossa di apertura”?

A nostro avviso, la sola istituzione potenzialmente in grado di procedere a questo improbo incarico è l’Unione europea, nell’esercizio di quello che può essere configurato come una sorta di diritto/dovere. Si tratta di una valutazione rinforzata dall’osservazione del totale fallimento della recente missione a Mosca e a Kiev di Antonio Guterres, segretario generale di una organizzazione multilaterale certamente prestigiosa ma resa all’atto pratico inoperante dal veto russo. A ben vedere, assistere passivamente ai pur lodevoli tentativi di intermediazione di personalità quali Recep Erdogan e Naftali Bennett, augurandosi, anche egoisticamente, che vadano in porto, rappresenta per Bruxelles una sostanziale fuga da responsabilità proprie e, in quanto tali, non delegabili ad altri.

Come confermato dalla favorevole accoglienza riservata dalle istituzioni comunitarie alla domanda di membership presentata qualche settimana fa da Volodymyr Zelensky, l’area geografica da ormai settanta giorni brutalmente devastata dal conflitto è infatti, e innegabilmente, parte del continente europeo. Di conseguenza, per essere anche “future oriented”, il coinvolgimento da parte di Parigi, Berlino, Roma e delle altre 24 capitali (sotto il coordinamento, per evitare possibili cacofonie, della Presidenza di turno e di Ue Bruxelles) non può solo sostanziarsi nell’adozione di misure sanzionatorie sempre più severe nei confronti di Mosca e, in parallelo, di forme di assistenza sempre più evolute a Kiev. La stessa deve cioè tradursi, per enormi che possano essere le difficoltà, anche nella individuazione di soluzioni in grado di contribuire a una auspicata de-escalation della conflittualità.

In una lunga conversazione telefonica con Vladimir Putin (la prima dopo la scoperta delle fosse comuni e la sua rielezione) il presidente Emmanuel Macron ha ribadito con determinazione al suo interlocutore la necessità di un cessate il fuoco e di maggiori garanzie per i corridoi umanitari. Mancando poco meno di due mesi alla fine del suo mandato alla guida dei 27, è necessario che l’inquilino dell’Eliseo si impegni a mantenere aperto al massimo il predetto canale di dialogo. A partire da luglio esso si prospetta infatti più precario, a seguito dell’assunzione della presidenza rotante di un paese decisamente ostile alla Federazione, quale è la Repubblica Ceca.

Non è invece possibile fornire al momento alcun commento in merito alla generosa, recentissima disponibilità del Santo Padre a promuovere un incontro con il presidente Putin, al di fuori della constatazione dell’annullamento/rinvio di quello, in origine previsto entro l’estate, che avrebbe dovuto avere luogo con il patriarca Kirill. Anche in questo caso la strada non sembra essere, comunque, in discesa.

Il dialogo politico non sembra costituire, viceversa, un obiettivo prioritario per gli Stati Uniti. Lo dimostra, senza possibili dubbi, il fatto che il pacchetto di assistenza del valore complessivo di 33 miliardi di dollari che il presidente Joe Biden si accinge (con ottime possibilità di successo) a fare approvare nei prossimi giorni dal Congresso, comprende, in risposta alle richieste ucraine di armamenti più sofisticati e “offensivi”, forniture militari per esigenze operative proiettate “sino al mese di ottobre”.

Considerando come non illimitata l’eroica capacità di sofferenza della popolazione ucraina, una seconda domanda che sembra lecito porsi è se la stessa Europa sia in grado di sopportare per ulteriori sei mesi un conflitto così dirompente, potenzialmente in grado, oltretutto, di “sfuggire di mano” proprio a coloro che ne sono gli esclusivi responsabili. Nell’oggettivo, impietoso ritratto tracciato dall’Economist sullo stato delle forze armate russe (“a rotten army”), emergono con grande evidenza le preoccupazioni legate alla circostanza che livelli di incompetenza e inaffidabilità analoghi a quelli fin qui emersi nella condotta di operazioni convenzionali sul suolo ucraino, non possano, un domani, manifestarsi, con conseguenze ben più drammatiche, anche nell’utilizzo, per esempio, di armi nucleari tattiche. Quanto precede al netto delle dichiarazioni contraddittorie e, di conseguenza, ulteriormente inquietanti, di cui si sono fatte interpreti le autorità di governo russe in merito all’eventuale ricorso a tale tipo di arma.

Quanto ai tempi e agli obiettivi della cosiddetta “operazione militare speciale” (prossima, a quanto sembrerebbe, a ricevere presto da Mosca la più appropriata denominazione di “guerra”), ne sapremo probabilmente di più il 9 maggio, giorno in cui l’intero spazio ex sovietico commemora (con, in questo caso, un orgoglio più che legittimo) la Grande vittoria patriottica del 1945 contro la barbarie della croce uncinata.

Anche per il fatto di poter essere accompagnata da un qualche limitato successo sul campo (quale l’assalto finale alle acciaierie di Azovstal e la definitiva presa di Mariupol), sarà interessante verificare il tipo di celebrazione che Putin intenderà associare a una ricorrenza nella quale egli gioca, per così dire, “in casa”.

La data del 9 maggio suscita infatti per ogni abitante della Federazione, tanto nelle metropoli che nelle località più remote dello sterminato paese, un fortissimo senso di appartenenza e di identificazione con la “madrepatria Russia”. Di conseguenza, il ben noto motto nazionalista “right or wrong, my country” potrebbe conoscere, una volta di più, un aberrante incremento di popolarità, di cui il “nuovo zar” sarebbe, inevitabilmente, il primo ad approfittare.

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