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Da diversi giorni il mondo cattolico è immerso in una discussione tanto importante quanto sorprendente: quella di una sua supposta irrilevanza. Il discorso è importante perché per alcuni riguarda i numeri (“siamo pochi”), per altri riguarda i valori (“la società si secolarizza”), per altri riguarda entrambi (“siamo pochi e ininfluenti davanti a una secolarizzazione sempre più diffusa”). Poi però arriva il Meeting di Comunione e Liberazione e non si ha la sensazione di una irrilevanza: la corsa alla tribuna è robusta come sempre. Giorgia Meloni, ad esempio, vi ha fatto il pieno di consensi, anche citando Giovanni Paolo II. Ha citato il papa del no allo scontro di civiltà, il primo a recarsi in una moschea? Non lo so, ma resta il fatto che lo ha citato, come nelle stesse ore Matteo Salvini è apparso in televisione con il Tau, il crocifisso a forma di T (greca) particolarmente caro ai francescani, ben visibile al collo.

È irrilevante il cattolicesimo? A giudicare dall’uso dei simboli o dal ricorso alle citazioni o dall’uso delle sue tribune non sembrerebbe proprio. Anche guardando alla formazione delle liste sull’altro versante politico non sembrerebbe: l’esclusione del costituzionalista Ceccanti, poi recuperato, ha richiamato molte attenzioni non perché molto competente, piuttosto perché cattolico (“togliendo Ceccanti si chiude ai cattolici”). Dunque il destino parlamentare di uno dei migliori costituzionalisti italiani e studiosi della laicità dello Stato conterebbe come specchietto “cattolico”, non come riconoscimento o disconoscimento di una competenza e di una visione.

Sono esempi che, visti da fuori, sembrano dire proprio il contrario dell’assunto dal quale siamo partiti: più che irrilevanti i cattolici sembrano decisivi. Il metronomo del consenso è un loro palco, la citazione giusta è quella di un papa (anche se fargli dire che il lavoro è importante non sembra rendere particolare merito al papa santo), il simbolo da esibire per salire o risalire è il loro, il nome da tenere per non perderli è quello di uno di loro. Ma a pensarci bene potrebbe venire l’idea che proprio tutto questo sia il prodotto di una loro irrilevanza reale.

Che cos’è infatti il voto cattolico? È un dato numerico? È un fatto demoscopico? O è il prodotto di una cultura politica basata sulla riconciliazione? Ho conosciuto un sacerdote di cui qui non vaglio fare il nome che mi ha detto “la nostra religione è la riconciliazione”. Sentire questo in questi frangenti sarebbe importante. Non c’è forse un fortissimo bisogno di riconciliazione nel mondo? Tra chi crede di essere escluso da tutto oggi e chi teme di essere escluso da tutto domani non ci sarebbe bisogno di riconciliazione? Eppure riconciliazione è una parola che sembra uscire dal vocabolario cattolico: “Cedere su questo o su quello sarebbe la fine della nostra dottrina”, si sente dire a ogni piè sospinto quando entra in ballo la fede. Sarebbe come dire che Gesù ha escluso qualcuno, per esempio gli omosessuali, o gli stranieri, per fare due esempi oggi molto citati. Ma riconciliare non vuol dire sposare una parte, ma tutte le parti, per tenere insieme i principi dell’amicizia, non dell’esclusione. E’ quello che non capisce una sinistra immersa nella logica della contrapposizione. Ma perché?

Nel 1961 la Chiesa cattolica si trovò davanti a una discussione molto importante: c’erano delle suore in Congo, sconvolto al tempo da una guerra feroce. Loro erano esposte al rischio di violenza sessuale. Potevano usare anticoncezionali? La discussione che seguì non riguardò la liceità della scelta, ma se fosse un’eccezione o una legittima difesa. Oggi le cose nella Chiesa andrebbero così? O non emergerebbe una corrente convinta che dire a quelle suore di usare anticoncezionali sarebbe un cedimento alla cultura del secolarismo, del relativismo? E un pensiero del genere non genererebbe tra i laici un pensiero laicista, per cui gli anticoncezionali sono sempre e comunque la sola risposta, quella giusta senza se e senza ma, in ogni evenienza? Ma, nelle condizioni odierne, siamo sicuri che dare agli africani i preservativi e basta risolva il problema dell’Aids?

Forse l’irrilevanza cattolica sta nel non rendersi conto che chi offre al mondo una prospettiva di riconciliazione è uno di loro e si chiama Francesco, quello che guarda caso nessuno cita in questa campagna elettorale, a destra o a sinistra. Perché? Perché lui è l’unico che non ha dimenticato una parola molto importante: “ma”. Solo recuperando il “ma”, non pensando che tutto sia bianco o nero, che l’altro sia tutto cattivo e io tutto buono, potremmo trovare il modo di riconciliarci. Sarebbe il modo migliore per tornare a discutere, dimostrando al di là dei dati statistici che il cattolicesimo tutto è fuorché irrilevante.

Siamo sicuri che i cattolici siano irrilevanti? La riflessione di Cristiano

È irrilevante il cattolicesimo? A giudicare dall’uso dei simboli o dal ricorso alle citazioni o dall’uso delle sue tribune non sembrerebbe proprio. La riflessione di Riccardo Cristiano

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