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C’è un filo che paradossalmente lega eventi politici in apparenza lontani, come il linguaggio di impronta malavitosa e le minacce del capo di gabinetto del sindaco di Roma con le zuffe sulle liste e le diatribe sul confronto tra leadership. Anzi più che un filo è un’ombra che su tutte queste vicende si staglia confondendone i contorni in un indistinto e angoscioso viluppo. Il filo o l’ombra a seconda di come si preferisce si chiama distacco diventato abissale tra Palazzo e cittadini, tra esponenti politici e opinione pubblica, tra – come si sarebbe detto una volta – Paese legale e Paese reale.

E’ un fenomeno che va avanti da decenni e che perciò avvinghia responsabilità varie, recenti e lontane nel tempo, rispetto al quale nessuno può dirsi davvero innocente: nessuno, beninteso, che faccia parte di quella che viene definita classe dirigente. Non riguarda solo la slavina di promesse elettorali che contraddistingue praticamente tutte le forze politiche, anche se ne rappresenta l’epifenomeno più vistoso. Il sabba imbonitore è parte integrante ed ineliminabile di ogni competizione elettorale: può presentarsi in forme più o meno sguaiate e orgiastiche, ma la sostanza non cambia. Ciò che rende il viluppo così straniante e tendenzialmente devastante per il futuro dell’Italia sta nel virus che si è infiltrato nei gangli  della macchina del potere e che si chiama demagogia.

Invece di combatterla come il più distruttivo dei mali, i vari leader e i loro seguaci l’hanno coltivata e coccolata, non rendendosi conto del pericolo ma al contrario spianandogli la strada, coinvolgendo perfino chi avrebbe dovuto distinguersi difendendo le regole della comunicazione e del confronto politico e invece facendosene portatore: prima sano, poi via via sempre più tossico.

I partiti della Prima repubblica avevano molti difetti e non possono, come detto, chiamarsi fuori dalla palude malmostosa nella quale ci troviamo. E tuttavia svolgevano un indispensabile compito di pedagogia politica. Scomparsi loro, quel ruolo è rimasto scoperto e nel perimetro della politica la demagogia si è infilata come un coltello nel burro.

È  la demagogia mischiata al populismo che ha portato ad inveire contro il Parlamento da aprire come scatoletta di tonno. E’ la demagogia ad aver portato capipartito o Conducator pro tempore di MoVimenti a chiedere e poi rinnegare l’impeachment del capo dello Stato; a proclamare senza un brivido di resipiscenza l’abolizione della povertà o la Caporetto della precarietà. E’ la demagogia ad aver maneggiato i conti pubblici con misure che li hanno compromessi. E’ la demagogia ad aver spinto come un vento impetuoso l’ansia di promesse su pensioni, tasse, benefici già in partenza irrealizzabili e in grandissima parte poi irrealizzate.

Tutto questo da un lato ha contribuito ad allontanare i cittadini delle urne e a considerare la classe politica come i mercanti nel Tempio da scacciare da parte di chi più demagogia spargeva in un circolo vizioso auto-alimentatosi.  E dall’altro a instillare nei politici l’illusione di poterla sparare sempre più grossa senza mai dover pagare dazio in una infinita rincorsa autoreferenziale. Appunto sempre più slegata dalla realtà.

Il virus demagogico ha assunto varie forme, è via via mutato ma se si vuole mettere un punto iniziale sta nell’aver privato gli elettori della possibilità di scegliersi i loro rappresentanti. Sistemi elettorali assai macchinosi sono stati approntati in questi anni, tutti con il medesimo timbro: consentire ad un sinedrio il più ristretto possibile di decidere chi candidare e dove, svilendo il Parlamento e affollandolo di personaggi senza arte né parte del tutto svincolati dal legame territoriale: in buona sostanza figure di cartapesta che dovevano rispondere agli input dei cacicchi di riferimento e mai e poi mai a chi li aveva eletti.

Se oggi assistiamo ad una delle campagne elettorali più brutte, a un affollarsi di argomenti usti come randelli per colpire l’altro, ad una congerie di accuse reciproche sempre più gridate e sempre più inverosimili è a causa di una progressiva degenerazione dovuta al virus della demagogia. Adesso, chiunque vinca, rischiamo di perdere l’opportunità fornita dal Pnrr e dai miliardi che l’Europa ci ha elargito a patto di far riforme da decenni invocate e mai attuate, esempio massimo di demagogia a buon mercato. Era la road map stilata da Mario Draghi. Doveva essere il vaccino per limitare se non dirittura debellare quel virus mefitico. E’ finita come sappiamo.

C'è un legame tra le minacce di tipo malavitoso e le zuffe tra leader politici

Se oggi assistiamo ad una delle campagne elettorali più brutte, a un affollarsi di argomenti usti come randelli per colpire l’altro, ad una congerie di accuse reciproche sempre più gridate e sempre più inverosimili è a causa di una progressiva degenerazione dovuta al virus della demagogia. Il mosaico di Fusi

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