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Al cospetto del gotha dell’economia italiana, per i leader politici dei principali partiti, la sfida è quella della credibilità. Cernobbio è tradizionalmente un termometro importante per la politica e lo è ancor di più nel cuore di una campagna elettorale lampo ma intensa. Con Damiano Palano, politologo e direttore del dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, abbiamo stilato una sorta di “classifica” degli interventi partendo da un presupposto: “Al compito più difficile era chiamata Giorgia Meloni. E, per ragioni diverse, Matteo Salvini”.

Un compito difficile per Meloni e Salvini in virtù della platea a cui si sono rivolti?

In un certo senso sì. Salvini, che per un periodo è stato il punto di riferimento di una parte del mondo imprenditoriale, ha tentato l’operazione credibilità cercando di riconquistare punti di fiducia. Per Meloni invece il compito era duro perché si presentava all’elite economica italiana, per la prima volta, come potenziale premier.

Dal Pnrr al posizionamento europeo, finendo con lo scostamento di bilancio (da evitare). Come l’è parsa la leader di FdI?

Non è stata una delle sue migliori performance: come spesso accade ai leader favoriti dai sondaggi, ha scelto di giocare di rimessa e, talvolta, di gettare la palla in tribuna. Il lungo e un po’ inutile cappello introduttivo ha avuto come unico scopo il rimarcare il solido ancoraggio a una prospettiva europea e atlantista. Dimenticandosi tuttavia che, ben prima che lei arrivasse in parlamento, il centrodestra aveva scommesso su Putin anche in chiave anti-globalizzazione. A ogni modo, al netto del Pnrr, Meloni ha voluto dare un segnale di stabilità al mondo economico, paradossalmente ponendosi per certi aspetti anche in continuità col governo Draghi. E, il passaggio in cui si è espressa contro lo scostamento di bilancio, si muove in questa direzione.

Dunque ha parlato la lingua degli imprenditori più Meloni di Salvini?

Sì. Salvini si conferma in grande difficoltà. Ha fatto il guastatore: ha sparato qualche carta a sorpresa (come il ministero a Milano, che peraltro rientra a pieno titolo nelle rivendicazioni storiche della Lega), ma l’intervento nel complesso è stato abbastanza scomposto. Lui è convinto di parlare al mondo delle piccole imprese, ossia quelle che vedono con un certo disagio le sanzioni alla Russia, motivo per cui negli ultimi giorni ha fatto alcune esternazioni critiche sulle misure restrittive nei confronti della Russia.

FdI e Carroccio su questo punto hanno idee piuttosto divergenti. Eppure si apprestano a governare assieme. 

Quello delle sanzioni è un elemento di debolezza strutturale per la coalizione di centrodestra. Un punto che, nell’ipotesi di un governo formato da Meloni, Salvini e Berlusconi, ne lacererà progressivamente la tenuta. Provocando peraltro tensioni molto pesanti fra i due leader. Una rivalità – quella che potrebbe andare a crearsi tra Salvini e Meloni – simile a quella tra Conte e Di Maio.

A proposito di Conte, che impressione le ha fatto il suo intervento?

La performance di Conte non è giudicabile rispetto alle altre. Prima di tutto perché non era in presenza, ma soprattutto perché si trovava davanti una platea che non era la sua. Gli interlocutori di Cernobbio, ad esempio, vedono come fumo negli occhi il reddito di cittadinanza che invece per i pentastellati è un cavallo di battaglia.

Letta e Calenda?

Hanno recitato bene il compitino pre compilato. Nulla di nuovo.

Meloni rassicura gli imprenditori. Salvini guastatore. Le sanzioni? Per Palano mineranno il governo

 

 

 

“Meloni ha voluto dare un segnale di stabilità al mondo economico, ponendosi per certi aspetti anche in continuità col governo Draghi”. E sulle sanzioni: “La rivalità tra la leader di FdI e il segretario del Carroccio può trasformarsi in quella tra Conte e Di Maio”

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