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Esiste un uso politico dell’intelligence? Le rivelazioni della diplomazia statunitense relative ai finanziamenti russi a 20 Paesi europei ne sono un esempio? L’abbiamo chiesto a Andrea Spiri è dottore di ricerca in Storia politica dell’età contemporanea, docente all’Università Luiss “Guido Carli” di Roma e autore di “The end 1992-1994. La fine della prima Repubblica negli archivi segreti americani” (Baldini+Castoldi).

Che cos’è cambiato dalla fine della Guerra fredda a oggi nell’utilizzo pubblico dell’intelligence?

Dagli anni Novanta a oggi è cambiato poco sul piano della pubblicità dei lavori di intelligence. È cambiato qualcosa, invece, a livello di esposizione pubblica del materiale del Dipartimento di Stato americano, che segue un iter diverso rispetto a quello prodotto dalla Cia. È vero, molti documenti, come quelli riferibili alla stagione di 30 anni fa che ha cambiato la storia del nostro Paese, non sono ancora consultabili e tanti altri contengono vuoti da colmare, ma ho riscontrato maggiori difficoltà e resistenze ad accedere ai rapporti dei servizi segreti, nonostante le richieste inoltrate tramite lo strumento del Foia.

Dalla fine del 2021 i vertici delle intelligence anglosassoni si sono spesi in viaggi dagli alleati e interventi pubblici per sottolineare i rischi di invasione russa dell’Ucraina. È cambiato qualcosa?

C’è un utilizzo del materiale e delle informazioni raccolte che credo venga incanalato in un percorso strategico orientato a fare in modo che la comunità occidentale possa rispondere di conseguenza. Lo abbiamo visto accadere nel contesto dell’invasione russa in Ucraina, con l’allarme lanciato dai servizi anglosassoni sul protagonismo aggressivo di Vladimir Putin, che però non è stato colto nella sua gravità impendendo una risposta articolata – e preventiva – da parte dell’Occidente democratico.

Che cosa potrebbe dirci in futuro il materiale di intelligence relativo a questa fase?

Ovviamente il materiale di intelligence riferito a questa fase non è consultabile, forse lo sarà tra alcuni decenni, e chissà in quale forma. Tuttavia, è interessante quello che sta emergendo dai cablogrammi del Dipartimento di Stato sull’annessione della Crimea nel 2014. Non è un caso che sei mesi dopo quell’atto di forza, cui fanno seguito le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, l’allora ambasciatore statunitense a Mosca, John Tefft, richiami l’attenzione di Washington sulla crescente ostilità della popolazione russa verso gli Stati Uniti e l’Occidente. È un passaggio chiaro, che andava interpretato, e che spiega efficacemente quanto è successo in questi otto anni.

Come valuta l’utilizzo pubblico dell’intelligence nella vicenda dei finanziamenti russi a 20 Paesi nel mondo?

Non ho elementi per entrare nel merito della vicenda, ma credo che gli Stati Uniti non abbiano né l’intenzione né la convenienza a destabilizzare il quadro politico italiano, a mettere in stato di fibrillazione – per giunta a pochissimi giorni dal voto – un Paese alleato che gioca un ruolo strategico in un Mediterraneo oggi sempre più epicentro degli equilibri globali.

Perché, allora, diffondere queste informazione?

Queste informazioni sono state veicolate per alimentare un nuovo alert alla comunità occidentale, un invito a farsi trovare coesa, a seguire un approccio improntato a “tolleranza zero”, come diceva l’ambasciatore Tefft nelle lettere a Washington, prima che questa minaccia ci sfugga di mano.

Un alert all’Occidente. Le mosse d’intelligence Usa spiegate dal prof. Spiri

“Queste informazioni sono state veicolate per alimentare una nuova consapevolezza nella comunità occidentale, un invito a farsi trovare coesa”, spiega lo studioso di Storia politica dell’età contemporanea e docente alla Luiss

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