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C’è stato un (lungo) periodo per cui, nonostante i profondi legami commerciali con la Russia, l’India non era tra i suoi principali clienti. energetici New Delhi importa circa l’85% del proprio fabbisogno energetico, ma fino al 2021 solo il 2% di queste importazioni proveniva dalla Russia. In quell’anno, l’Iraq era il principale fornitore e l’India era anche la principale destinazione delle esportazioni di petrolio degli Stati Uniti.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, però, le importazioni di greggio russo da parte dell’India sono salite vertiginosamente fino a rappresentare il 40% del totale attuale. New Delhi ha giustificato questo aumento con motivazioni dirette e da un punto di vista di gestione del bilancio ineccepibili: i prezzi sono bassi, le condizioni favorevoli — Mosca ha effettivamente applicato scontische invogliando gli acquirenti. L’India ha un immenso conto per soddisfare il fabbisogno – che è priorità sociale, per un paese che cresce rapidamente, è giovane e divora energia anche per spingere le nuove tecnologie su cui si vuole affermare. Comprare a sconto significa risparmiare, risparmiare significa alleggerire il bilancio e dunque poter fare altri investimenti.

Per il governo di Nardenra Modi si era innescata una dinamica favorevole, letta con l’ottica distaccata dalla dimensione etico-morale. Ma Washington l’ha interpretata come una forma di aiuto all’economia di guerra di Vladimir Putin. Mentre il democratico Joe Biden ha avuto un atteggiamento freddo ma meno operativo, il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump si è portato dietro anche l’imposizione di dazi aggiuntivi del 25% contro l’India.

Adesso, con le recenti sanzioni, i raffinatori indiani dovranno ridurre drasticamente gli acquisti di greggio russo, che nei primi nove mesi dell’anno si attestavano intorno a 1,7 milioni di barili al giorno. Rosneft e Lukoil — i due giganti energetici colpiti dalle misure americane, e nel caso di Rosneft anche da quelle europee — forniscono circa il 60% del petrolio russo importato dall’India. Le aziende statali indiane hanno già annunciato di voler evitare acquisti diretti da queste compagnie, puntando su intermediari, per evitare l’effetto delle sanzioni secondarie (che in definitiva rappresentano la chiusura del mercato americano anche alle compagnie sanzionate secondariamente).

La situazione è più complicata per il settore privato. Per esempio, nel dicembre scorso, Reliance Industries — il colosso guidato da Mukesh Ambani — ha firmato un accordo decennale con Rosneft per importare tra i 12 e i 13 miliardi di dollari di petrolio all’anno, pari a circa 500.000 barili al giorno, ovvero metà del fabbisogno totale dell’azienda. Reliance ha dichiarato che si atterrà alle nuove sanzioni, senza però chiarire il destino dell’intesa.

Nel comunicato ufficiale, la società ha parlato di una “strategia di approvvigionamento diversificata e collaudata nel tempo” per garantire la continuità produttiva. Tuttavia, come spiega Michael Kugelman nel suo “South Asia Brief”, il sistema energetico indiano non dispone di alternative immediate in grado di compensare il volume e il prezzo del greggio russo. L’India dovrà probabilmente incrementare le importazioni dal Medio Oriente, con un conseguente aumento dei costi.

In questo quadro, assumono particolare importanza i negoziati commerciali tra New Delhi e Washington. Gli Stati Uniti chiedono da mesi una riduzione della dipendenza indiana dal petrolio russo, e l’India potrebbe ora usare la situazione come leva per negoziare condizioni più vantaggiose per l’importazione di petrolio americano. I margini esistono, ragiona Kugelman: negli ultimi anni, infatti, gli acquisti indiani dagli Stati Uniti sono già aumentati in modo consistente. E inoltre questo genere di intesa potrebbe essere rivenduto da Trump come un successo di politica internazionale con ricaduta diretta sugli interessi America First – obiettivo definitivo e totale della sua azione politica.

La recente decisione del primo ministro Narendra Modi di partecipare da remoto al vertice dell’Asean in Malesia, rinunciando all’incontro diretto con il presidente Donald Trump, ha fatto sfumare un’occasione utile per discutere di energia e sicurezza. Tuttavia, secondo fonti indiane, la ragione potrebbe essere legata alla volontà di entrambi di riservare un’occasione speciale per certe discussioni, probabilmente durante una visita di Modi alla Casa Bianca entro fine anno.

L’impatto complessivo delle sanzioni sulla sicurezza energetica dell’India non va comunque sopravvalutato. Il Paese continua a fare largo affidamento sul carbone, che rappresenta il 46% del mix energetico, e mantiene una rete di fornitori diversificata per petrolio e gas da cui poter aumentare gli acquisti.

Per Kugelman, c’è addirittura un possibile effetto positivo: la crisi delle forniture russe potrebbe spingere New Delhi a rafforzare il proprio impegno nello sviluppo delle energie rinnovabili, riducendo progressivamente la dipendenza dalle importazioni di idrocarburi. È un obiettivo dichiarato del governo Modi, che potrebbe ora trovare una nuova urgenza politica e strategica.

Così New Delhi può gestire le sanzioni di Trump sul petrolio russo

L’India, secondo maggiore importatore mondiale di petrolio russo dopo la Cina, sta lavorando per affrontare le conseguenze delle nuove sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione Europea contro le compagnie energetiche di Mosca

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