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Per decenni, i presidenti degli Stati Uniti hanno visto il Medio Oriente come un focolaio di conflitti e instabilità. Hanno agganciato la presenza, anche militare, nella regione alla necessità di controllare il flusso di materie prime energetiche e i traffici del terrorismo globale. Ora, raggiunta l’autosufficienza energetica e con la questione terroristica apparentemente sotto controllo, la nuova preoccupazione per Washington è contenere la Russia e superare la Cina.

In questa che spesso Joe Biden chiama “la battaglia tra democrazie e autocrazie”, dove si posizionano le monarchie mediorientali? Naturalmente inclinate – per strutture e tenute interne – verso le autocrazie, dialogano da sempre con il mondo delle democrazie, ma cercano costantemente  possibilità di muovere una politica multivettoriale, pragmatica e aperta. “Non vogliamo che il dialogo con l’Europa ci privi di quello con la Russia, che quello con Washington ci impedisca di lavorare su una serie di argomento con Pechino”, spiega in forma riservata una fonte mediorientale attiva tra uffici del business e stanze governative.

Tra gli accordi siglati durante la visita del presidente statunitense a Jeddah – dove è stato ricevuto dai monarchi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) – c’è un’intesa con i sauditi per cooperare su una nuova tecnologia di reti di telecomunicazioni 5G e 6G nel Paese. È interessante e paradigmatica perché tocca sia il tema del rispetto dei diritti (nell’ambiente digitale, presente e futuro di questo genere di dibattito internazionale) e si allunga alla competizione geostrategica e commerciale.

Il concorrente degli Stati Uniti in questo campo è chiaramente la Cina, che è presente con i suoi colossi del settore nella regione. In particolare con Huawei, il player cinese favorito dallo Stato, che negli ultimi dieci anni ha fatto notevoli passi avanti in Medio Oriente.

L’accordo sulle telecomunicazioni con Riad è una leva (forse tra le più efficaci) per cercare dalla Cina di allontanare il Paese — leader di dinamiche regionali. Segue quelle definizioni che Washington usa costantemente per indicare come Pechino cerchi tra le varie cose di piegare standard e policy verso un senso coercitivo. Nello strategic concept che la Nato ha presentato dopo il summit di Madrid dello scorso mese questo concetto è espresso così: Pechino sta cercando di “sovvertire l’ordine internazionale basato sulle regole”.

Davanti a queste affermazioni, parte anche della narrazione che fascia la competizione strategica, gli Stati Uniti si trovano costretti adesso a muovere azioni concrete. A Jeddah, davanti ai sovrani del GCC, Biden ha rinnovato l’opportunità di lavorare offrendo un framework che va dal business – anche quello in settori importanti, come le telecomunicazioni appunto – alla sicurezza e difesa. E ha cercato di spiegare ai suoi interlocutori come i processi di innovazione vadano di pari passo a quelli sulle libertà.

“Ho ricevuto molte critiche nel corso degli anni. Non è divertente”, ha detto Biden a proposito di chi si oppone ai ruler regionali: “Ma la capacità di parlare apertamente e di scambiare idee liberamente è ciò che sblocca l’innovazione”. Tema delicato per le stabilità interne in certi Paesi: “Quello che lei chiama dissenso è un atto di terrorismo dal nostro punto di vista”, ha detto domenica il principe Faisal bin Farhan al-Saud, ministro degli Esteri saudita, alla giornalista della BBC che lo intervistava.

Contrastare l’influenza della Cina nella regione sarà un’impresa ardua, non solo perché negli ultimi anni Pechino ha fatto grandi progressi, ma per come li ha ottenuti. Non affronta, infatti, certe tematiche con i Paesi con cui collabora, investe, lavora: è il principio della non interferenza. Il Partito comunista cinese governa il Paese con un sistema autoritario in cui il controllo sui cittadini è altissimo e le libertà strettamente perimetrate, ragion per cui non può e non ha interesse a sollevare certe questioni. Anzi, utilizza questa affinità come arma per dialogare meglio con i leader regionali.

Gli Stati Uniti riescono a fornire a questi stati un livello di sicurezza ineguagliabile (almeno per ora) e si sono impegnati in attività dirette. Ma mentre gli americani combattevano le guerra come quella al terrorismo, cercando di creare un contesto securitario decente, la Cina ne approfittava per spingere i propri interessi – per esempio la Belt and Road Initiative, che ha nel Medio Oriente uno snodo. Le aziende cinesi ne hanno approfittato per portarsi avanti. Huawei ha cablato la regione, installando silenziosamente le sue reti sulla base della teoria che il Paese che controlla il flusso delle telecomunicazioni attraverso le reti nazionali avrà un controllo straordinario sulle infrastrutture dell’area.

Durante l’amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno avvertito gli alleati che se avessero firmato con Huawei e altri importanti fornitori cinesi, Washington avrebbe tagliato loro l’accesso ai rapporti di intelligence e limitato la loro partecipazione alle alleanze militari, ricorda un’analisi approfondita del New York Times: “Ma si trattava solo di un bastone e nessuna carota, poiché non c’erano prodotti americani alternativi da offrire loro”.

Ciò che Biden ha presentato questo fine settimana è la nuova tecnologia Open Ran (Open Radio Access Networks), che funziona in gran parte su software e sull’accesso alle informazioni nel cloud, tutti settori in cui gli Stati Uniti sono avvantaggiati. Nel corso di mesi di trattative, i funzionari americani hanno elaborato un memorandum d’intesa in cui l’Arabia Saudita si trasformerà essenzialmente in un banco di prova per l’utilizzo del sistema su larga scala, anche se Huawei ha già distribuito le sue reti in tutto il Paese. Un passo avanti sostanziale.

La principessa Reema bint Bandar al Saud, ambasciatrice saudita negli Stati Uniti, ha paragonato la coesistenza di tecnologie a “uno Starbucks e un Coffee Bean” o “un McDonalds e un Burger King”. È un paragone simbolico, anche se nella sostanza la complessità delle rete telco è notevolmente superiore.

Il memorandum di cooperazione tra la U.S. National Telecommunication and Information Administration e il ministero saudita delle Comunicazioni e dell’Information Technology è pensato per mettere in contatto le aziende tecnologiche dei due Paesi al fine di sviluppare e implementare il 5G con interfacce aperte, lavorare sul 6G e rafforzare le partnership nell’infrastruttura cloud e nelle tecnologie correlate. A Washington sanno bene che sradicare la tecnologia 5G cinese è un percorso in salita. Ecco perché l’impegno è per la diversificazione, anche in vista delle tecnologie future, rimediando agli errori e alle mancanze del passato. In Arabia Saudita, certo. Ma non solo. L’obiettivo è l’intera regione. “I partenariati creati nell’ambito del memorandum d’intesa confermano la leadership dell’Arabia Saudita come hub regionale per l’implementazione del 5G e gli sviluppi futuri del 6G”, ha spiegato la Casa Bianca in una nota.

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