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La pandemia è stata acceleratore di processi che erano già in atto: digitalizzazione, consapevolezza del valore della sostenibilità e interdipendenza tra fenomeni e catene globali del valore, evidenziando l’importanza della trasformazione digitale in Europa.

Il trasferimento di scuole, uffici e persino relazioni sociali nello spazio virtuale ha creato bisogni del tutto inediti che hanno definito un nuovo paradigma di organizzazione sociale. Il digitale ha travolto i sistemi economici e di conseguenza anche la filosofia e la modalità del fare impresa, in un mercato a più marce ed a più velocità. D’altronde, ogni processo di transizione è foriero di profonde trasformazioni che incidono sulla società e sui cleavages che la attraversano.

La spinta alla digitalizzazione, però, ha avuto anche l’effetto di acuire le diseguaglianze tra Paesi e regioni in termini di accesso alle infrastrutture digitali. L’indice DESI regionale del 2021 elaborato dall’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano è uno dei campanelli d’allarme: è ancora troppo marcato il divario tra le regioni del Mezzogiorno e quelle del Nord Italia. Basti pensare ad esempio che, su una scala da 0 a 100, l’indice della Lombardia è di 72 mentre quello della Basilicata è di 27,8.

Nel Meridione esistono allo stato liquido condizioni per far lievitare sia cultura della digitalizzazione sia innovazione perché è qui che si registrano i cambiamenti più significativi. La fotografia restituita dai dati del “Panorama economico di mezz’estate del Mezzogiorno” pubblicato dal Centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno è quella di uno scenario in grande fermento: il Sud del Paese è l’area con il più elevato tasso di imprenditorialità giovanile (10%, in Italia 8,4%), vanta la più alta diffusione delle discipline Stem (scelte dal 25,3% dei giovani contro il 24,6% medio nazionale) e conta oltre 15.000 imprese innovative.

C’è poi da considerare un aspetto meno tangibile ma altrettanto significativo. Il divario digitale ha tante forme e ricadute: chi è escluso dall’accesso ad infrastrutture e strumenti digitali ne perde i vantaggi con un danno socio-economico e culturale.

Per scongiurare questo rischio e accelerare la trasformazione digitale nel nostro Sud è fondamentale implementare lo sviluppo della connettività ultraveloce capace di raggiungere tutte le aree del Paese. Mettendo in rete non solo il Sud con il Sud e il Nord con il Nord, ma l’Italia tutta, unendo i piccoli borghi e le grandi città di cui lo Stivale è orgogliosamente ricco.

Questo vuol dire connettività prima di tutto, sistemi cloud per gestire e processare i dati, modelli di scambio di informazioni con i cittadini di facile accesso per tutti, potenziamento dei servizi di digital health e di open government. Secondo lo studio dello scorso novembre della Luiss Business School, dal titolo “Il settore Telco in Italia: assetto normativo e analisi di impatto”, un aumento del 10% della penetrazione della banda larga produrrebbe un aumento di circa l’1% del Pil.  L’aumento è dello 0,9% nel caso della banda larga mobile.

Si tratta di un momento cruciale per imprimere una spinta decisiva alla transizione digitale, soprattutto attraverso lo snellimento dei processi e la semplificazione delle norme che rappresentano un ostacolo all’innovazione, in linea con quanto auspicato dal Pnrr.

Oggi il digitale vive una stagione di grande dinamismo, con un Internet fondamentale per la tenuta dell’economia e dell’istruzione, e un’altissima attenzione istituzionale per le possibilità offerte dalla tecnologia. Oltre agli interventi strutturali e al potenziamento della banda ultralarga, sarà necessario un cambio di passo culturale per sensibilizzare chi ha responsabilità decisionale a tutti i livelli di governance. Una quota troppo grande di italiani subisce ancora danni del digital divide infrastrutturale: è il momento di re-agire.

Il Sud alla prova della transizione digitale 

Lo sviluppo dei territori passa sempre più per la digitalizzazione. Ma il divario digitale esistente tra le regioni del Mezzogiorno e quelle del Nord Italia rischia di rallentare questo processo con un danno socio-economico per una quota ancora troppo grande di cittadini

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