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Non è dato sapere, come ha previsto Parag Khanna, se questo sarà il secolo asiatico. Di certo il 2022 può candidarsi a diventare l’anno cinese. La guerra di Vladimir Putin in Ucraina ha riportato i riflettori del mondo sull’Europa ma è solo un episodio di una storia più grande. Il Congresso del Partito comunista cinese il prossimo autunno non sarà solo un appuntamento cruciale dell’era Xi Jinping ma anche un crocevia per definire la Cina che sarà e la competizione dell’ex Celeste Impero con gli Stati Uniti. Un cannocchiale sarà puntato in occasione della sedicesima edizione della TOChina Summer School, progettata dal TOChina Hub – una partnership tra Università degli Studi di Torino, ESCP Business School e Torino World Affairs Institute (T.wai). Ne abbiamo parlato con il direttore del TOChina Hub Giovanni Andornino, docente di Relazioni internazionali dell’Asia orientale all’Università di Torino.

Professore, negli ultimi vent’anni la Cina ha fatto della crescita economica la stella polare della sua politica estera e interna. La pandemia però sta intralciando seriamente il percorso cinese e anzi rischia di invertirlo. C’è una via d’uscita?

Il premier cinese Li Keqiang, a cui è affidata la governance economica del Paese, ha chiarito che la Repubblica Popolare non può permettersi di scendere molto al di sotto dell’obiettivo di crescita del Pil a suo tempo indicato per il 2022, ossia +5,5% sul 2021. Pechino dispone di molti strumenti per contrastare il ciclo economico avverso, ma la loro efficacia è limitata dalle politiche di contrasto alla pandemia. Io sono meno preoccupato per i dati macroeconomici in quanto tali e di più per le conseguenze sociali derivanti dalla pressione cui è sottoposto il mondo del lavoro cinese.

Il modello zero-Covid inizia a mostrare i suoi limiti. Le immagini di Shanghai e delle altre città sotto lockdown hanno scosso l’opinione pubblica mondiale e queste misure draconiane non sono servite a fermare l’emergenza. Cosa non ha funzionato del modello cinese?

L’emergenza è stata in realtà ampiamente contenuta, se per emergenza intendiamo il rischio che un numero imponente di cittadini cinesi – soprattutto anziani – potesse essere contagiato, sviluppare un quadro clinico grave, e perdere la vita a causa della pandemia. Il tema in Cina non è mai stato la capacità di contrastare efficacemente la diffusione del virus con misure drastiche di distanziamento sociale. Il tema è la capacità, a distanza di due anni, di raggiungere un accettabile equilibrio tra la protezione della salute pubblica e la tutela della socialità, inclusa quella che serve a garantire la vita economica del paese. In questa fase vengono alla luce vari limiti dell’approccio di Pechino.

Quali?

Alcuni sono strutturali e di lungo corso, come la scarsa dotazione di terapie intensive e la generale fragilità del sistema sanitario. Altri sono legati alla gestione politica di questa specifica pandemia: dal trionfalismo per il contenimento iniziale del contagio che ha ridotto il senso di urgenza per la vaccinazione presso la cittadinanza, alla propensione per un’autarchia vaccinale che non ha consentito di ottimizzare la copertura della popolazione.

In autunno è atteso il quinquennale Congresso del Partito comunista cinese che potrebbe sancire il superamento dei limiti di mandato e blindare la leadership del segretario Xi Jinping. Quanto pesa questo appuntamento sulla definizione dell’agenda di politica estera e interna e quali possono essere gli ostacoli sul percorso di Xi?

Pesa enormemente. Qualunque sia l’esito del congresso nazionale, esso rappresenterà un passaggio di rottura. Rottura delle aspettative, cristallizzatesi da tempo all’interno e all’esterno della Cina, se Xi non dovesse restare al potere. O rottura di una consuetudine trentennale, se Xi dovesse ottenere un terzo mandato quale Segretario generale del Pcc. Gli ostacoli sono di governance e politici. Mancano cinque mesi al congresso e in questo lasso temporale varianti di Covid-19 ancora più contagiose potrebbero interessare la Repubblica popolare, costringendo a scelte che sarebbero comunque impopolari. Navigare lo scenario pandemico e il rallentamento dell’economia in questi mesi non sarà semplice. Sul versante politico la difficoltà è costituita dalle resistenze presenti nel Partito, dove il ricambio al vertice ogni dieci anni ha sin qui contribuito a mitigare la virulenza della competizione interna per il potere.

La guerra in Ucraina è un nodo difficile da sbrogliare per la Cina. L’invasione russa viola tutti i principi su cui formalmente si fonda la diplomazia cinese e la dura reazione occidentale è un segnale premonitore. Xi ha scelto una posizione di apparente terzietà, eppure in molti vedono nell’atteggiamento cinese un tacito consenso all’operazione di Putin.

Diciamo che una posizione di effettiva terzietà da parte cinese dovrebbe riflettersi sui media nazionali e non mi pare che questo sia stato il caso sinora.

Giovedì Cina e Russia hanno votato insieme nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu contro le sanzioni alla Corea del Nord. Il dossier coreano è stato per anni uno dei pochi dove si è potuta trovare l’unanimità. È un segno dei tempi?

Mi sembra un passaggio di carattere segnaletico, anche alla luce del nuovo quadro politico in Corea del Sud. Gli assetti regionali in Asia orientale sono la vera posta in gioco di questo decennio: fisionomia e fisiologia del sistema internazionale si definiranno qui.

Da mesi si discute dell’“effetto Taiwan” della guerra in Ucraina. Con le dovute differenze, la guerra di Putin e la resistenza ucraina offrono una lezione per i piani di Pechino verso l’isola autonoma?

Offrono non una, ma molteplici lezioni in ordine alla perdurante determinazione statunitense a incidere sulla sicurezza regionale e globale, agli strumenti di cui Washington dispone, alla solidarietà pragmatica dentro e intorno all’asse euro-atlantico, alla vitalità di buona parte delle società democratiche dinnanzi ad azioni che violano le norme basilari di convivenza tra popoli. Sarebbe presuntuoso da parte mia trarre conclusioni su ciò che tali “lezioni” possano consigliare alla dirigenza della Repubblica popolare. Posso solo augurarmi che il pragmatismo che dal 1978 ispira la condotta di Pechino in politica estera non venga definitivamente meno in una fase già così instabile. Questa è in realtà una finestra di opportunità strategica per la Cina per dimostrare la propria maturità quale grande potenza responsabile.

Sia in Cina che Stati Uniti si continua a parlare da anni di decoupling economico. La pandemia ha accelerato e forzato in parte questo divorzio, specie sul fronte tecnologico, penso ai microchip. Per la Cina la separazione delle supply chain può diventare un ostacolo per i piani di crescita e innovazione del governo?

Un diffuso decoupling, che al momento non si sta verificando, avrebbe certamente effetti sulla crescita cinese. Ma significherebbe osservare una radicale trasformazione del panorama commerciale globale. In questo momento non lo ritengo uno scenario probabile. La mera diversificazione delle supply chain in specifici settori, invece, può essere compensata dal mercato interno cinese, specialmente se sollecitato attraverso politiche “buy Chinese”, come già avviene.

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