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C’è un argomento di cui parliamo sempre più spesso: il diavolo! Spesso lo rappresentiamo con il forcone, le corna, gli occhi arrossati se non proprio rosso fuoco, la coda, insomma tutto fuorché il “demone tentatore”. Chi si sentirà tentato, attratto, da questo diavolo così brutto, respingente? Eppure sappiamo che il diavolo è “il tentatore”, diciamo tutti così. E in un’epoca che si dice segnata dal relativismo appare proprio che ne abbiamo un tremendo bisogno. Gli avversari politici diventano facilmente il nemico, e i nemici, quelli veri, il “male assoluto”. Questa corsa all’assolutizzazione sorprende quando, all’apparenza, la cultura prevalente sarebbe relativista, sottoposta alla dittatura del relativismo.

Facciamo un esempio: quanto si è fatto ricorso a Hitler in questi giorni di discussioni sulla guerra? Quanto si è fatto riferimento alla Seconda Guerra Mondiale, per assolutizzare lo scontro? Il male ci serve, anzi, ci serve il “diavolo”. Sebbene saremmo tutti portati al relativismo, che prevale in tanti campi, abbiamo però bisogno di assolutizzare, e il diavolo, quello che sempre più spesso chiamiamo il “male assoluto”, va identificato, deve avere un nome, un cognome, un indirizzo. Può essere una persona in carne ed ossa, come Putin o  Biden, o un popolo, in questo caso i russi o gli americani. Così si torna a quella cultura antica e comoda per cui il male e il bene hanno seguaci, i figli delle tenebre e i figli della luce, e noi dobbiamo solo avere la capacità di riconoscerli e scegliere di stare “dalla parte giusta”. Una volta fatto questo si può stare tranquilli, comodi: siamo nel giusto, con i figli della luce, non delle tenebre. E loro? Beh, è facile immaginare quali siano le risposte più ricorrenti. Certo se sparissero sarebbe un bel vantaggio, per tutti, soprattutto per il bene.

L’articolo di padre Tiziano Ferraroni, intitolato “Il nemico della natura umana” e che appare sul numero di Civiltà Cattolica in uscita sabato prossimo non parla certo di queste mie personali considerazioni, ma parla di lui, del diavolo, partendo dalla spiritualità del fondatore dell’ordine del gesuiti, Ignazio di Loyola. L’autore ha un grande merito iniziale, presentarci Sant’Ignazio nella sua dimensione umana, cioè di ex hidalgo, o cavaliere medievale, con ciò che di militare questo comporta e con la cultura  che implica; anche i santi saranno figli dei loro tempi, suppongo.

Ma già il fatto di scoprire che tutto il discorso riguardi gli esercizi spirituali ci sorprende: siamo noi, il diavolo, o sono gli altri? Ben presto emerge che Ignazio si riferisce al diavolo come il “nemico della natura umana” e “per quanto Ignazio si ponga in continuità con la tradizione, il fatto che egli privilegi alcuni termini piuttosto che altri è rivelatore di una certa sensibilità, se non addirittura di un’opzione determinata. Parlare del demonio nei termini di ‘nemico’ significa assumere una prospettiva particolare, e parlarne nei termini più specifici di ‘nemico della natura umana’ lascia intravedere una certa visione dell’uomo, di Dio e del demonio stesso, e una certa comprensione del loro modo di agire e di interagire”.

Il discorso diventa ancor più interessante: “Se già l’universo bellico apparteneva visceralmente all’orizzonte semantico dell’uomo medievale, che guardava il mondo classificandolo in amici da difendere e nemici contro cui combattere, tanto più questa mentalità impregnava colui che era stato cavaliere, emblema della difesa dell’onore e della giustizia, e della lotta contro il nemico”. Dunque Sant’Ignazio ragionava come ragioniamo noi? Ma se così fosse come mai scopriamo che gli esercizi spirituali accompagnano l’uomo che li fa ad un apprendistato “affinché l’esercitante impari a smascherare le seduzioni del nemico e si assicuri di militare sotto la giusta bandiera”?

Eccoci alle seduzioni, che vanno riconosciute. Strano? Per nulla, se si tiene conto del primo punto, decisivo: “I nemici da temere non sono gli uomini, i quali, al contrario, sono tutti guardati da Cristo come amici che egli desidera condurre al Padre. L’esercitante scopre invece che il ‘vero’ nemico è quello che agisce dentro di lui, insidiando il suo cuore. Sarà proprio il suo cuore allora a diventare il luogo della battaglia”. L’autore sa che a questo punto del discorso, affascinate, ci chiederemo tutto quale sia questa natura umana di cui il diavolo è nemico, e spiega: “Se consideriamo gli Esercizi come un itinerario personale in cui l’esercitante cammina verso il compimento della sua stessa natura, che è quella di essere una creatura finalizzata a Dio, il ‘nemico della natura umana’ sarà colui che farà di tutto per ostacolare questo percorso di realizzazione dell’uomo: cercherà di distoglierlo dalla sua direzionalità costitutiva (cioè da Dio) e di farlo desistere da questo cammino, proponendogli distrazioni, insinuando pensieri che rendono insopportabile la fatica, scoraggiandolo, per farlo arrestare o addirittura tornare indietro”. Se davvero fossimo finalizzati a Dio non dovremmo chiuderci su noi stessi, restringere gli orizzonti possibili a misura del nostri bisogni; pensando di compierci in noi stessi saremmo disumanizzati. I punti su cui lavorare sono indicati chiaramente e quello che mi ha maggiormente colpito è il primo: la paura (seguita da vergogna e debolezze personali).

Mi permetto di interrompere per un momento la ricostruzione dell’articolo per porre una domanda: quanto conta la paura nel cercare di dare un nome al nemico? Dirci che è lui, o loro, colui o coloro che riassumono tutto il male, non risponde soprattutto a una nostra paura? Il frequente ricorso al concetto dispregiativo di “buonismo” , o di “il mondo non funziona così”, o altre categorie del genere, non è figlio di quella rassegnazione a una natura maligna dell’uomo che deriva da questa paura, disumanizzandoci non per nostra scelta ma  per rassegnazione?

Si arriva così al combattimento escatologico che l’articolo descrive in modo piano e comprensibile anche a chi, come chi scrive, non ha familiarità con l’escatologia, i destini ultimi dell’umanità. Nella sua visione noi non siamo soli a combattere con il male, siamo con l’Amico, quindi dobbiamo fidarci di lui. L’espressione è sorprendente: quello di cui parliamo “è un combattimento che si vince arrendendosi all’Amico”. I termini nei quali Ignazio sceglie di parlare del demonio rivelano quindi una chiara prospettiva: “ senza mai negare le manifestazioni straordinarie attraverso le quali il demonio può rendersi presente, Ignazio invita a concentrarsi sulla sua azione ordinaria, ben più subdola e pericolosa per il cuore di ognuno. Seducendo il cuore, il nemico riesce a deformare lo sguardo sulla realtà e a confondere il bene con il male, spingendo così la persona a compiere azioni malvagie e a diffondere il male nel mondo”.

Vorrà dire questo che nessuno è definitivamente perduto? Forse è così, ma il fulcro dell’articolo a mio avviso è questo: “Non dimentichiamo di dire a noi stessi e all’umanità di oggi che essere umani è bello, ed è bello proprio con tutte le proprie debolezze e vulnerabilità, perché è da lì che nascono la cura, la relazione, il senso ultimo della vita”. A me sembra che sia proprio quello che non riusciamo più a fare, immersi in rabbie che derivano dalla certezza che il mondo sia corrotto, nemico, rendendoci in fin dei conti dei nichilisti, quella che a me sembra la questione del nostro tempo. In tempi difficili come questi leggere l’originale aiuta, più di questa superficiale sintesi.

Chi è il diavolo e perché ne parliamo sempre più spesso

L’articolo di padre Tiziano Ferraroni, intitolato “Il nemico della natura umana” che appare sul numero di Civiltà Cattolica in uscita sabato prossimo parla del diavolo partendo dalla spiritualità del fondatore dell’ordine del gesuiti, Ignazio di Loyola

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