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Mondo cattolico italiano sotto stress per la guerra in Ucraina. È un fatto evidente, ma è anche un fatto grave, per le cause di questo stress. Tutto sommato i cattolici sanno bene che c’è un rischio, e questo rischio si chiama “visione manichea”. Applicata al loro mondo questa visione vuol dire o il prevalere dell’eresia “americanista”, quella che ha tentato di capovolgere con i teocon e in particolare Michael Novak la dottrina sociale della Chiesa, facendo diventare l’iperliberismo una naturale derivazione della concorrenza umana capace di produrre il bene con sgocciolamenti economici a favore dei poveri dall’arricchimento dei già ricchi, o il prevalere dell’eresia “terzomondista” che ha visto nella sua esperienza, soprattutto missionaria, gli Stati Uniti attraverso la lente, assai spesso non deformante, del Paese predatore. Mentre il primo cattolicesimo si è strutturato apertamente in sostegno all’ex presidente Trump e in avversione a Francesco, il cattolicesimo terzomondista si sente solidale con Francesco, ma essendo radicale tenta di trascinarlo in una corsa manichea dalla parte di un’avversione così pregiudiziale agli Stati Uniti da divenire filo-russa se non per scelta quanto meno per conseguenza. Ma questo campo, a differenza di Francesco, non ha molto a che fare con l’Ucraina, con gli ucraini. Ispirato dai valori di fondo dell’universalismo cattolico, ha maturato un risentimento che lo fa cadere, agli occhi di chi scrive, nella scorciatoia per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”.

In Ucraina, negli anni duri della pandemia, il sindacato dei minatori indipendenti ha chiesto di portare da 300 a 1000 dollari la paga minima, si è rimasti per 42 giorni sotto terra, ottenendo importanti riconoscimenti. Oggi quel sindacato, come altri, partecipa all’autodifesa di molte città, è inserito nella rete della distribuzione degli aiuti. Questo non dice nulla ai “terzomondisti”? Gli approcci ideologici non amano fare i conti con i fatti, ma con le idee. Ma l’idea decisiva nel conflitto ucraino è il filo che unisce l’imperialismo russo dei tempi zaristi con il primato del nazionalismo russo dei tempi di Stalin (vincitore sull’opposta tendenza di Lenin, definito infatti amico dell’Ucraina da Putin) e quello degli attuali tempi putiniani. Dall’altra parte c’è stata un’Europa disinteressata all’adesione di Kiev, preferibile come vicino povero, molto povero, e dunque produttore di manodopera appetibile e sottocosto. Non è sbandando verso un’avversione all’immodificabile imperialismo americano che si difendono le ragioni dei popoli, ma vedendoli. Questa scelta la si trova solo in Francesco, la cui posizione non è quella di un papa “equidistante”, ma che sa vedere le lotte dei popoli senza mai cedere ai nazionalismi. È per questo che Francesco non ha mai mollato la difesa del diritto internazionale: non perché non sappia che tutti sotto le coperte lo hanno scalciato, ma perché sa che fuori dal diritto internazionale prevalgono gli identitarsimi e quindi i nazionalismi estremi.

Ecco che al cattolicesimo italiano occorre urgentemente una bussola, o un’agenda. Questa la troviamo in quanto hanno affermato due importanti religiosi, il segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e il direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, e un noto intellettuale cattolico, l’ex presidente della Consulta, Giovanni Maria Flick.

Il cardinale Parolin ha messo in chiaro pochi giorni fa che limitarsi a inviare armi a chi ha patito un’aggressione, cioè agli ucraini, “è una risposta debole”. Dunque “una risposta forte è una risposta che intraprende, cercando di coinvolgere tutti, iniziative secondo lo schema di pace, cioè iniziative per fare cessare i combattimenti, per arrivare a una soluzione negoziata, per pensare a quale sarà il possibile futuro di convivenza nel nostro Vecchio Continente”. Qui il cardinal Parolin fa suo il cuore dell’intervento del presidente Sergio Mattarella al Consiglio Europeo. Questa agenda si sviluppa in una catena di punti, che padre Spadaro ha così riassunto: la Russia è l’aggressore, l’Ucraina è l’aggredito, difendersi è pienamente legittimo, ma occorre anche capire la cause, non per giustificare, ma per cominciare  a ragionare sul futuro. Si vuole la pace o la vittoria? Qui Spadaro ha fatto riferimento a un curioso titolo del Wall Street Journal, che prospetta  addirittura la “vittoria di una guerra nucleare”. Chi vuole la vittoria pensa che l’altro sia il demonio, “ovvio che col demonio non si tratta né si dialoga (come ad esempio pure fece la Nato dopo il massacro di Srebrenica o Trump con i talebani, che dunque non erano il demonio…)”. Qui interviene il professor Flick, che ricorda come l’aiuto all’aggredito sia un valore, un dato che sparisce nel no all’aiuto militare agli ucraini che dovrebbero invece arrendersi. Qui la sua posizione, da cattolico, è importantissima, e completa le riflessioni citate in precedenza: “Difendere l’aggredito è il modo più semplice per cercare di convincere l’aggressore a trattare anche lui”. Questo punto costituisce la vera bussola per l’oggi: la difesa guarda alla pace, direbbe padre Spadaro, non alla vittoria. Respinge dunque l’agenda bellicista, ma senza finire nel campo opposto, quello che porterebbe a costringere l’aggredito all’arrendevolezza.

Ecco allora l’agenda: se le rabbie, contro i comportamenti russi o americani, lasciano spazio all’orgoglio della propria rabbia si finisce magari inconsapevolmente nel manicheismo: se invece alla rabbia si fa seguire la luce, scegliendo l’empatia e la comprensione dei diversi volti del male, si riesce a contribuire alla pace. Far incontrare le voci più radicali di una sensibilità non serve, è  invece urgente un confronto ampio per capire un’agenda indispensabile.

I cattolici e la guerra, l’urgenza di un’agenda comune

Al cattolicesimo italiano occorre urgentemente una bussola, o un’agenda. La possiamo trovare, allora, in quanto hanno affermato due importanti religiosi, il segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e il direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, e un noto intellettuale cattolico, l’ex presidente della Consulta, Giovanni Maria Flick

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