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Dopo diversi mesi di basso profilo, l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama è tornato a dire la sua, e lo ha fatto con un duro discorso dal sapore di monito e di accusa, sul rapporto tra i giganti del digitale, la disinformazione e la salute delle nostre democrazie.

Il 21 aprile, di fronte agli studenti dell’Università di Stanford, ha scelto parole nette, sferzanti, per evidenziare le enormi responsabilità delle Big Tech nella gestione e nella trasformazione del panorama dell’informazione e del dibattito pubblico. Un discorso che ha stupito per i toni; una riflessione realistica e pragmatica che lascia, tuttavia, un retrogusto pessimista. Parole che mostrano una bruciante distanza dal messaggio di ottimismo e di speranza che ha tratteggiato l’ascesa e la carriera politica del quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti.

Certo non vanno trascurati fattori come il peso di otto anni nello studio ovale, così come i tumulti che hanno caratterizzato l’America post Obama, grandi crisi che sicuramente si riverberano su questa nuova postura del presidente.

Il primo Obama ci invitava a tenere lo sguardo in alto, verso l’orizzonte, verso un futuro di opportunità e rinascita. Le ultime uscite dell’ex Presidente sono invece sempre connotate da molte autocritiche, e lasciano il posto ad una visione più china sul presente, nonché molto spazio all’analisi delle sue storture, dei suoi problemi più irrisolti. Tuttavia il senso di fondo di questo nuovo approccio cela un nodo principale, ancora da sciogliere: come è stato possibile lasciare come eredità politica un paese in grado di scegliere Donald Trump. Eppure, c’è dell’altro.

Questo discorso infatti sorprende ancor di più per il contenuto, per la sua tesi di fondo: la rete, i social, la loro struttura e un certo loro utilizzo starebbero minando le fondamenta delle democrazie liberali. Un problema per la democrazia, ovviamente non l’unico.

Tornando indietro al 2008, proprio quell’anno – e non si tratta di ere geologiche fa – grazie ad un innovativo utilizzo della rete e dei social il comitato di Obama trasformò le campagne elettorali per sempre. Nelle due campagne per la presidenza, 2008 e 2012, fu superato ogni record di donazioni, con l’esplosione delle microdonazioni online, attraverso Meetup, Facebook, e un sofisticato utilizzo dell’analisi dei dati e del microtargeting, partì una mobilitazione di attivisti e volontari senza precedenti. Strutture, strumenti, utilizzati per un messaggio di ottimismo e speranza, e in grado di entusiasmare e coinvolgere milioni di persone in tutto il paese.

Furono la rete, e anche i social a consentire a un giovane underdog, uno sfavorito, la possibilità di strappare la nomination ad Hillary Clinton, che vantava una rete di sostegni e finanziatori, e un’esperienza negli ambienti che contano incomparabile rispetto al senatore dell’Illinois.

Per Obama questi strumenti, hanno negli ultimi anni invece fatto emergere una serie di pericoli per i Paesi democratici. Mezzi appunto che erano stati fino a poco tempo fa parte integrante del messaggio di rinnovamento espresso dal presidente.

La struttura dei social, i meccanismi che li regolano, avrebbero per il Presidente, da un lato, contribuito alla radicalizzazione del dibattito pubblico; dall’altro, dato man forte ai movimenti politici che seminano sfiducia verso le istituzioni e i principi cardine dello stato di diritto.

Avrebbero trasformato l’intero ecosistema dell’informazione, e i nuovi metodi di microtargeting, creato terreno fertile per imprenditori della paura volti a dividere, polarizzare l’opinione pubblica, e far crescere movimenti con posizioni illiberali. E come spesso avviene dietro il loro agire ci sono strategie di gruppi di potere, se non intelligence straniere, che tramite tali strumenti provano ad influire sui processi politici dei paesi democratici per trarne profitti di varia natura.

Obama si concentra su due caratteristiche delle piattaforme digitali:
1) il fenomeno del bias di conferma, analizzato in modo brillante dallo studioso americano Cass Sunstein nel suo volume “#republic, la democrazia nell’epoca dei social media”, il quale conduce gli utenti dei social in genere a consumare informazioni in linea con le proprie opinioni originarie, rendendoli in tal modo meno abituati al confronto con punti di vista differenti, che è il sale della democrazia.
2) Il fatto che contenuti più accattivanti, polemici, duri siano soggetti a un maggior numero di interazioni.

Questi sono meccanismi che non nascono e non si limitano ai social. Spesso per quanto riguarda le posizioni estreme, le “sparate” e le provocazioni, si crea un cortocircuito che unisce la ricerca di share media tradizionali (soprattutto la televisione) alle logiche dei social network, per cui spesso vi è una sovraesposizione di tali posizioni che accresce le interazioni e gli ascolti, ma impoverisce il dibattito e intorbidisce le acque dell’informazione.
I problemi delle democrazie non nascono con i social e la rete, puntualizza Obama, ma questi strumenti hanno accentuato divisioni e problemi già presenti, e hanno favorito il propagarsi di risposte estremiste, anche di stampo autoritario, alle difficoltà delle società occidentali.

Sul fenomeno della polarizzazione e radicalizzazione della politica americana la letteratura è amplissima: c’è chi ne riconduce le origini a figure del partito repubblicano come Newt Gingrich o al modello comunicativo del consulente politico Lee Atwater, chi ne ritrova le tracce nelle grandi questioni sociali irrisolte, e chi invece anche nello stesso sistema politico-istituzionale, che attribuisce ad ogni livello molta importanza al ruolo del singolo candidato, e quindi anche del suo personaggio.

Un Paese diviso, lacerato dalle tensioni sociali ed etniche, dagli ambigui meccanismi di finanziamento e condizionamento della classe politica ad opera dei privati, che ha visto negli ultimi anni crescere una domanda di politiche e leader sempre più estremi. Donald Trump non è stata una meteora, un incidente della storia, ma il suo posizionamento sta spostando la maggioranza del partito repubblicano su posizioni illiberali e antidemocratiche.

Ultimissimo segno di questo spostamento, evidente da anni, è la triste immagine dell’intero gruppo parlamentare repubblicano che lascia il senato dopo la conferma definitiva della prima giudice donna afroamericana della Corte suprema, Ketanji Brown Jackson, nel vuoto dei banchi repubblicani l’unico senatore rimasto ad applaudire è stato Mitt Romney. E pensare che un tempo il senatore dello Utah, nel 2012, era stato il candidato dei repubblicani alla Casa Bianca, mentre oggi con le sue posizioni moderate appare quasi un corpo estraneo rispetto al suo partito.

Tuttavia il discorso di Obama non si esaurisce in una fredda analisi dei problemi. Anzi mette in luce alcune soluzioni generali che possono contribuire a combattere questi bug, queste storture, e a rilanciare i nostri sistemi democratici.
Per quanto riguarda la natura dei social, è lo stesso Presidente a chiarire come non siano questi un pericolo in sé. Sono strumenti infatti, che per i valori che toccano e l’impatto che hanno sulle nostre vite meritano studi, analisi, nuove pratiche e regole, per un loro utilizzo migliore.

La stessa forza che hanno i contenuti social per dividere, indignare e quindi polarizzare, può essere esercitata per motivare, appassionare, unire e coinvolgere. Fu lo stesso Obama a dimostrarlo nelle sue campagne elettorali. E come ciò accadde, nonostante la crisi del 2008, questo deve accadere nonostante la crisi pandemica e la frattura globale prodotta dall’invasione russa dell’Ucraina.

Il dissenso è una componente più che legittima, come lo è la dura manifestazione del disagio reale che vivono milioni di cittadini che si sentono abbandonati dalle istituzioni, e questo talvolta viene manifestato attraverso i social; il problema è chi il malessere lo cavalca e lo alimenta seminando discordia, finte soluzioni spesso molto pericolose, disinformazione, teorie del complotto, il tutto mai per rispondere ai problemi, ma quasi sempre per accrescere il proprio potere. A spese della democrazia, del principio di tolleranza e della civiltà del dibattito pubblico.

Imprenditori dell’odio e della paura che basano la loro proposta politica su dubbie proposte e sull’attacco alle minoranze o di capisaldi della democrazia come l’indipendenza della magistratura, una stampa libera e indipendente, i corpi intermedi, le procedure, le norme e i valori che rendono un paese democratico.

Non è la radicalità un nemico della democrazia, anzi sui temi politici può anche esser sacrosanta, ed ogni valutazione su questa deve comunque essere rimessa alla libertà di opinione di ciascuno, ma metodi politici ai limiti della civiltà, operazioni di disinformazione sistematica e proposte politiche autoritarie, devono trovare pronta risposta dalle nostre istituzioni e dalla nostra società civile.

Sul contrasto alla disinformazione e sulla regolamentazione delle piattaforme digitali, nell’ultimo anno si sono concentrate molte iniziative promosse dall’Unione Europea, come il Digital Services act, e l’Osservatorio europeo sui media digitali Edmo, la cui estensione italiana Idmo, coordinata dal centro di ricerca Luiss Data Lab, è particolarmente attiva sul monitoraggio e su numerose attività di contrasto alla disinformazione, in modo particolare su temi quali l’invasione russa dell’Ucraina e i vaccini contro il Covid-19.

Chiarito che la parabola trumpiana non rappresenta un incidente della storia, occorre chiedersi se lo sia invece questa domanda di stabilità che tra il Covid e la guerra ha comportato una forte crescita delle forze politiche moderate e progressiste. Che sia un fattore contingente o meno, si vedrà col tempo.

Molti di questi nodi verranno inoltre messi alla prova dall’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk. L’uomo più ricco del mondo ha messo in campo infatti una complessa operazione finanziaria dal valore di 44 miliardi di dollari. Che imprenditori di grande successo si interessino al mondo dell’informazione non è una novità, ricordiamo ad esempio come pochi anni fa Jeff Bezos abbia acquisito il Washington Post per oltre 250 milioni di dollari, ma nel caso di Musk non si tratta di una prestigiosa testata giornalistica, quanto di una delle maggiori piattaforme social del mondo, come la chiama il suo fondatore Jack Dorsey “la coscienza globale“.

Notizia che è stata accolta con scetticismo, preoccupazione ma anche con entusiasmo, sebbene non si conoscano ancora in modo puntuale gli obiettivi e le strategie che Musk imprimerà sulla futura gestione del social network. Uno dei maggiori esperti americani di digitale, Alec Ross, ha espresso pochi giorni fa in una intervista al quotidiano La Stampa le sue perplessità, soprattutto con riferimento alle politiche circa la moderazione dei contenuti che potrebbe adottare Elon Musk. Secondo Ross sottoporre Twitter ad una eccessiva deregolamentazione potrebbe comportare due importanti rischi: una ancora più intensa radicalizzazione dei contenuti, e una maggiore vulnerabilità agli investimenti di capitali stranieri funzionali a strategie di disinformazione.

È necessario ribadire che non sono i social e la rete libera il nemico della democrazia, come testimoniato dalle censure sempre più stringenti operate su questi dai regimi autoritari. Allo stesso tempo tuttavia, certe dinamiche che riguardano quella sfera, e alcuni utilizzi di questi strumenti sono risultati molto problematici per la tenuta democratica dei nostri Paesi.

Ci dobbiamo domandare infine, se non sia proprio questo il momento, di darsi da fare ad ogni livello, per aggiustare i bug delle nostre democrazie, di modo da renderle più civili, partecipate, inclusive e unite degli ultimi 10 anni. Ai rischi del progresso tecnologico, anche in questo campo corrispondono opportunità altrettanto grandi.

Obama o Musk, i social devono scegliere

Di Tommaso Sensi e Giovanni Crisanti

Non sono i social e la rete libera il nemico della democrazia, come testimoniato dalle censure sempre più stringenti operate su questi dai regimi autoritari. Allo stesso tempo però certe dinamiche che riguardano quella sfera possono creare problemi alla tenuta democratica dei nostri Paesi. L’intervento di Tommaso Sensi e Giovanni Crisanti, autori di “Virtual Politik, elezioni e consenso nel regno di Internet”

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