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Scrivere di se stessi parlando della bellezza della quale ci si è attorniati durante una vita è un’arte per pochi. Probabilmente perché pochi hanno vissuto come Giampiero Mughini. E’ appena arrivato in libreria ‘Il Muggenheim’ (Bompiani) un libro che, in poco più di 250 pagine, ripercorre le tappe di un’esistenza costellata da raffinatezza, buon gusto e grandi conquiste.

Per approcciare in maniera corretta quello che assomiglia a un testamento spirituale, occorre predisporsi come se si dovesse affrontare un lungo viaggio. Le tappe sono segnate da oggetti che richiamano un preciso periodo storico che per l’autore ha rappresentato in qualche modo una porzione di unicità. Dalle sculture di Gaetano Pesce, alla consolle di Ico Parisi, passando per l’albero di Andrea Salvetti. L’assunto sul quale si incardina l’intera opera è contenuto nella quarta di copertina. “E’ inaudito – si legge – che in Italia non esista un museo dedicati ai Settanta e dintorni. O forse no, forse quel museo in Italia esiste. A casa mia. Scarno, povero, da riempire nove o dieci stanze in tutto. Ma c’è”. E quelle nove stanze, descritte nella loro straordinarietà in questo libro, ora sono diventate davvero patrimonio di tutti.

Ma cosa ha spinto Mughini a consegnare alla memoria collettiva cotanta bellezza? Probabilmente il fatto che “Non c’è nulla di così presente ai miei occhi, come ciò che accadde quarant’anni fa”. Così come desta un balugine di incredulità sentire dalla viva voce dell’autore ciò che per lui fu il gesto più portentoso di un’esistenza che si affaccia alle 82 primavere. “Era il gennaio 1970 – racconta – . Presi il treno, in terza classe, alla stazione di Catania. Arrivai a Roma con poco più di seimila lire in tasca”.

La capitale fu la svolta. Furono i giornali “di cui sono figlio”, fu la bellezza, furono le sfide e la contestazione. L’episodio più nitido che Mughini ripercorre è l’acquisto di uno dei pezzi che hanno segnato la storia del design italiano e non solo. “Vicino alla mia residenza romana di allora – dice – vidi uno sgabello. Il ‘Mezzadro’, immaginato dai fratelli Castiglioni già nel 1957, ma andato in produzione all’inizio del ’70. Mi piacque, ma costava 45mila lire. E, non so come, riuscii ad acquistarlo”.

Nella gerarchia delle affezioni, Mughini non fa classifiche. Si va dai dischi in vinile dei Velvet Underground, quelli sulla cui copertina campeggia la banana di Andy Warhol di cui l’autore possiede sette copie diverse, alla lampada da terra di Sottsass, oltre all’immancabile Lettera 22 usata da Montanelli. Warhol però, per  Mughini, rappresenta qualcosa in più. “E’ l’alfa e l’omega – dice – . Colui che ha creato la modernità. Un personaggio incredibile, forse troppo grande per parlarne”. Un artista straordinario per cui “tutto lo riguardava, ma nulla lo tangeva”.

Una condizione che, probabilmente, adesso è propria anche di Mughini. E qui si ritorna al motivo del libro. “Alla mia età, la memoria diventa dominatrice – chiude – . Dunque ho ritenuto di scrivere questo testo, in un momento in cui con le persone reali, salvo una decina di amici, non ho quasi più contatti”. E’ l’epilogo di uno zibaldone di vita di un borghese. Grande grande.

Il Muggenheim e le (belle) memorie di una vita unica

Il giornalista e scrittore mette in pagina la sua collezione di oggetti e opere d’arte raccolte nell’arco di una vita. “Inaudito che in Italia non esista un museo dedicati ai Settanta e dintorni. O forse no, forse quel museo in Italia esiste. A casa mia. Scarno, povero. Ma c’è”

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