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Una delle invenzioni più recenti e più suggestive della propaganda del Cremlino sull’invasione ucraina dice che sotto l’acciaieria Azovstal di Mariupol ci sia una base segreta biotecnologica della Nato. Non c’è niente di vero, ma gli sgherri della disinformatja russa sono corsi a ripeterlo, anche in Italia (dove “fonti russe”, ossia quelle che avrebbero fornito l’eccezionale informazione, è diventato trending topic su Twitter) mentre i meme internazionali hanno dato sfogo alla genialità di Internet.

La Nato, o meglio l’allargamento minaccioso dell’alleanza a Est, è l’elemento usato per giustificare la guerra d’aggressione in Ucraina da sempre, sebbene nell’ultimo giro di catechesi sull’attacco, Vladimir Putin abbia volutamente evitato l’argomento. “L’obiettivo principale è aiutare le persone”, ha detto il presidente russo ai giornalisti, “siamo stati costretti a farlo”, perché  “non potevamo più sopportarlo”, e dunque  “uno scontro era inevitabile […] era solo questione di tempo”, insomma “non avevamo scelta, questa era la cosa giusta da fare”. Tra le assurde giustificazioni di quella che è una campagna di conquista militare di un altro Paese, non figura la Nato.

Forse perché basta dare un’occhiata ai fatti e non alla propaganda e ci si accorge che l’invasione russa dell’Ucraina è stata una spinta per un ampio rafforzamento e allargamento dell’alleanza?

Putin, se si affrontassero le cose con lo stile della narrazione fanatica russa (e dei suoi puppets più o meno importanti in giro per il mondo), passerebbe da catalizzatore per l’Alleanza Atlantica, un agente Nato. L’attacco all’Ucraina ha ravvivato lo scopo di base dell’alleanza: “Chi è il nemico della Nato?”, si chiedeva a dicembre 2019 il presidente francese, Emmanuel Macron, in una considerazione in cui aggiungeva che “la Russia non è più un nemico” — era un mese dopo l’uscita “in morte celebrale”, fase molto diversa dall’attuale. Due anni dopo, ci ha pensato Putin stesso a rispondere e smentire Macron.

L’attacco ingiustificato, anacronistico quanto spietato, contro l’Ucraina, si porta dietro tre elementi di rafforzamento di cui la Nato aveva bisogno e che arrivano di scatto — come spesso succede con le emergenze — grazie alle scelte strategiche di Putin.

Il primo è politico: i Paesi membri hanno dimostrato compattezza nella risposta, hanno tenuto una linea univoca pur nelle reciproche differenze e priorità (quelle della Francia, il cui presidente spendeva certe dichiarazioni, non possono essere le stesse dei Baltici, che sentono la minaccia russa in casa), e hanno d’impeto accorciato i tempi per il raggiungimento del 2 per cento di Pil in spese militari. Una scelta politica dal valore tecnico, perché rafforza le disponibilità dell’Alleanza, e qui sta il secondo punto: si parla con insistenza della costruzione di basi permanenti nell’Est Europa (e forse nel Nord), e questo comporterà un ulteriore rafforzamento del fianco orientale (lungo tutta la dorsale nord-sud) che con ogni probabilità sarà già approvato nel corso del vertice di Madrid di giugno. Infine, terzo: l’ingresso nell’alleanza di Svezia e Finlandia, annunciato con una conferenza stampa congiunta in cui le due premier hanno fatto sapere che le carte per l’application saranno pronte entro giugno – da aggiungere qui che Ucraina e Georgia sono su posizioni molto più decise di due mesi fa.

Da unire al tutto discussioni come quella norvegese per evitare la chiusura di due basi aeree adesso considerate fondamentali per la postura militare e politica che verrà. Diventa quasi comprensibile che Putin voglia evitare il discorso “Nato”, perché al di là delle manifestazioni di forza con i movimenti militari al confine finlandese (con minacce annesse contro Helsinki e la Nato), e le accuse di essere “nazisti” agli operatori portuali svedesi (per il blocco imposto contro le navi dalla Russia), il presidente russo e le sue azioni sono in questo momento il motore dell’alleanza.

“La Russia con cui è stato firmato il Trattato Nato-Russia nel 1997 non esiste più. Quella che abbiamo ora è una Russia Putinista”, ha detto il ministro degli Esteri lituano, fotografando di fatto come l’ideologia del regime ventennale di Putin si sia fagocitata Mosca e le sue capacità.

Sulla scorta di tutto ciò vanno anche lette le dichiarazioni del ministero degli Esteri cinese, che ha risposto alla definizione di “minaccia sistemica” che il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha dato della Cina. Prontamente tradotto dalle ambasciate più sensibili in varie lingue — secondo un piano comunicativo noto, che usa le feluche come megafono della narrazione — il ministero dice che “la Nato ha aderito da tempo ad un concetto di sicurezza obsoleto, impegnata in uno scontro a blocchi secondo un manuale da vecchia Guerra Fredda”. L’affermazione potrebbe avere un suo appeal, se non fosse che i fatti la smentiscono in partenza: Putin sta facendo la guerra in Europa.

Ancora, da Pechino: “Negli ultimi anni la Nato è arrivata nell’Asia-Pacifico per mostrare i muscoli e provocare tensioni chiedendo a gran voce una nuova Guerra Fredda di confronto di blocco”, che è quanto dice Putin a proposito dell’Est europeo, dimenticando — come fanno i cinesi — le proprie attività di militarizzazione, deterrenza, influenza, insomma i vari tentativi di espansione geopolitica.

(Foto: Twitter, @KremlinRussia_E)

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