Skip to main content

L’attacco con un drone contro la Fsru Energos Winter e la metaniera Gaslog Salem nel porto egiziano di Damietta potrebbe rappresentare uno spartiacque nella geopolitica corrente nell’Indo-Mediterraneo. Se finora la pressione sulle infrastrutture critiche era rimasta concentrata tra lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb, colpire un terminale affacciato direttamente sul Mar Mediterraneo e strettamente connesso al Canale di Suez conferma con forza che il teatro della competizione è già esteso ben oltre i confini mediorientale.

L’analista Francesco Sassi spiega che non si tratta soltanto di un nuovo episodio della crisi regionale, ma di un possibile passaggio di fase. Per Sassi, post-doc alla University of Oslo e consulente della Farnesina per la sicurezza energetica, l’attacco di Damietta potrebbe infatti segnare una “red line” nella geopolitica energetica del Medio Oriente, fondendo diversi focolai di tensione in un’unica area di confronto, dove infrastrutture energetiche, trasporti marittimi e sicurezza diventano obiettivi della stessa competizione strategica.

È in questo contesto che va letta anche la preparazione di una nuova offensiva saudita lungo il Mar Rosso, contro gli Houthi responsabili già della destabilizzazione del corridoio euro-asiatico negli scorsi anni. Riad sta lavorando per rafforzare una coalizione marittima incaricata di proteggere la navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden: il colpo a Damietta potrebbe per esempio aumentare le convinzioni dell’Egitto sulla necessità di azione congiunta con Riad. C’è il rischio di un ritorno alla guerra nello Yemen, conseguenza probabile come riflesso. Ma la decisione saudita riflette la crescente importanza assunta dal Mar Rosso dopo che la guerra tra Stati Uniti e Iran ha esposto clamorosamente la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz. Per l’Arabia Saudita, la costa occidentale, Bab el-Mandeb e i terminali sul Mar Rosso sono ormai parte integrante della propria architettura di sicurezza energetica e stanno diventando parte di un’architettura geopolitica regionale che si sta rimodellando.

La novità, tuttavia, è che gli Houthi non sono più l’unico fattore di instabilità. Come osserva Corrado Cok, autore di una recente analisi dell’European Council on Foreign Relations, il Mar Rosso è sempre più esposto alla convergenza di crisi che fino a poco tempo fa venivano considerate separate. La guerra civile sudanese si intreccia con la rivalità tra Etiopia ed Eritrea; nel nord della Somalia le tensioni locali si sovrappongono alla competizione tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia e Israele; nel Golfo di Aden riemergono pirateria, al-Shabaab e Stato Islamico in Somalia, mentre la diffusione di droni a basso costo amplia ulteriormente le capacità di attori statali e non statali.

Il punto non è la somma di crisi diverse, ma la loro progressiva saldatura. Più il Mar Rosso diventa centrale per i flussi energetici globali, più il Corno d’Africa entra a far parte dello stesso spazio strategico. Port Sudan, Assab, Berbera, Somaliland e Puntland non sono più dossier periferici, ma tasselli di un’infrastruttura geopolitica che collega il Golfo Persico al Mediterraneo attraverso Bab el-Mandeb e il Canale di Suez.

In questa prospettiva, anche la natura della minaccia cambia. L’obiettivo non è necessariamente interrompere in modo permanente il traffico marittimo o distruggere infrastrutture energetiche. Come sottolineano Emily Harding e Cynthia R. Cook, la competizione contemporanea punta sempre più spesso a rendere instabili i sistemi che sostengono la globalizzazione. Ritardi logistici, premi assicurativi più elevati, incertezza sulla sicurezza delle rotte e difficoltà operative possono produrre effetti economici e politici ben prima di un blocco totale.

La Formula 1, spiega il Csis, offre un esempio emblematico di questa evoluzione. Già nel 2022 raccontavamo come gli attacchi degli Houthi nelle vicinanze del Gran Premio dell’Arabia Saudita avevano mostrato quanto un grande evento internazionale potesse essere coinvolto nelle tensioni regionali. Oggi, però, la posta in gioco è più ampia. Eventi sportivi, terminali GNL, porti, oleodotti e corridoi logistici appartengono allo stesso ecosistema economico sul quale le monarchie sunnite mediorientali hanno costruito – sia lungo il Golfo sia lungo il Mar Rosso – le proprie strategie di diversificazione. Colpirli, o semplicemente renderli percepiti come vulnerabili, significa aumentare il costo dell’apertura economica senza dover necessariamente ricorrere a campagne militari prolungate.

L’attacco di Damietta e la risposta saudita indicano quindi una trasformazione della competizione regionale. La guerra americani in corso non si limita più ai fronti convenzionali e si allarga ad altri chokepoints marittimi. Si estende lungo l’intera rete di infrastrutture che rende possibile il commercio dell’energia, coinvolgendo porti, terminali di rigassificazione, rotte commerciali e grandi eventi internazionali.

Per l’Europa il messaggio è altrettanto chiaro. Se il Mar Rosso – dove l’Ue è attiva per la maritime security con l’operazione Aspides – è destinato a diventare l’alternativa sempre più importante a Hormuz, la sua sicurezza non dipenderà soltanto dalla protezione della navigazione, ma dalla capacità di impedire che le crisi del Corno d’Africa e del Medio Oriente si fondano in un unico teatro. È questa convergenza, più delle singole operazioni militari, a delineare la nuova geografia della sicurezza energetica regionale.

La guerra delle rotte energetiche arriva alla porta del Canale di Suez

Le crisi del Mar Rosso, del Corno d’Africa e di Hormuz stanno convergendo in un unico spazio strategico, dove infrastrutture energetiche, rotte commerciali e logistica sono diventate parte della competizione regionale. La questione Houthi prende una dimensione sempre più centrale e semiautonoma

La Cina cerca varchi nei Balcani. Così Pechino aggira i dazi dell'Ue

La Commissione europea vuole mettere sotto la lente alcuni Paesi dell’aera balcanica sospettati di agevolare l’aggiramento delle regole antidumping da parte delle industrie cinesi. La prova che Pechino punta ancora una volta a frammentare l’Unione

Task Force Arabia è l’occasione per riaprire il dibattito sulle missioni all’estero. Scrive Coticchia

Di Fabrizio Coticchia

La vicenda della Task Force Arabia ha riportato l’attenzione sul tema delle missioni militari italiane all’estero. Al di là della controversia politica, il caso solleva interrogativi sul rapporto tra governo e Parlamento, sui margini concessi dalla normativa e sulla trasparenza delle decisioni che accompagnano l’impiego delle Forze armate. Un caso che potrebbe diventare l’occasione per ripensare l’intero sistema. La riflessione di Fabrizio Coticchia, professore di Scienza politica all’Università degli Studi di Genova

Pioggia di fuoco su Wildberries. Perché l'Ucraina ha iniziato a colpire l'Amazon russa

L’Ucraina ha iniziato a colpire i centri logistici di Wildberries, il principale colosso dell’e-commerce russo, considerato un nodo fondamentale per l’approvvigionamento di equipaggiamenti destinati alle forze armate di Mosca. Ma la dimensione militare non è l’unica che conta

La piscina di Ferrante, il ventaglio di La Russa, l'arrosto di Vannacci. Queste le avete viste?

Il deputato di Forza Italia si mostra immerso in piscina a Ischia, mentre il presidente del Senato riceve il tradizionale Ventaglio dalla stampa parlamentare. L’ex generale Vannacci, invece, si riunisce con un gruppo di soli uomini per arrostire della carne. Ecco le foto politiche degli ultimi sette giorni

L’importanza dell’adesione dell’Italia alla Pax Silica e come passare dalle dichiarazioni ai fatti

Solo sulla base di mutui impegni tangibili la fiducia evocata dalla Pax Silica potrà tradursi in realtà, contribuendo a preservare e promuovere i valori di democrazia e libertà che caratterizzano la civiltà occidentale e che dovrebbero guidare anche il futuro dell’umanità nell’era dell’intelligenza artificiale. Il commento di Stefano da Empoli, presidente di I-Com, Istituto per la Competitività

Pax Silica, ecco la dichiarazione firmata da Usa e Italia

Pubblichiamo il testo della dichiarazione con cui l’Italia ha aderito oggi all’iniziativa statunitense Pax Silica. Il testo è condiviso dagli Usa con tutti i Paesi aderenti, oltre all’Italia: Argentina, Australia, Cile, Costa Rica, El Salvador, Unione europea, Finlandia, Germania, Grecia, India, Israele, Italia, Giappone, Kazakistan, Paesi Bassi, Norvegia, Panama, Filippine, Qatar, Repubblica di Corea, Singapore, Svezia, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito

L’Italia firma Pax Silica e rafforza il ponte tecnologico transatlantico

L’Italia entra in Pax Silica. Significa che, dopo la firma di oggi a Brindisi, Roma coordinerà con Washington e con il blocco dei membri aderenti all’iniziativa (compresa l’Unione europea) il futuro comune sulla filiera del valore dell’intelligenza artificiale

Ceuta, ecco le vere ragioni dello scontro tra Spagna e Marocco. L’analisi di Caruso

Nelle ultime ore migliaia di migranti, in gran parte marocchini e algerini, hanno raggiunto Ceuta, l’exclave spagnola nel nord del Marocco, sia attraversando a nuoto il tratto di mare che aggira il frangiflutti del Tarajal sia scavalcando le barriere di confine. Il bilancio parla di diverse decine di morti nel tentativo di attraversamento e di migliaia di persone entrate nel giro di pochi giorni, in quella che viene definita la crisi più grave dal 2021. Madrid ha inviato l’esercito a supporto della Guardia Civil e il premier Pedro Sánchez si è recato personalmente nella città autonoma. L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della Sioi

Un piano cubano per destabilizzare gli Usa. L’ultima denuncia di Washington

Il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato un report di 100 pagine intitolato “Cuba: la capitale del comunismo del XXI secolo” in cui spiega, con argomenti storici, il perché il regime castrista rappresenta una minaccia per la sicurezza degli americani e come sostiene la sinistra radicale statunitense

×

Iscriviti alla newsletter