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Non si può giocare a fare la bella addormentata per sempre. Si rischia un risveglio traumatico, un vero incubo a occhi aperti. E chissà che non ci volesse un premio Nobel per rendersene conto. All’economista francese Philippe Aghion è stato da poco assegnato il prestigioso riconoscimento concesso dall’Accademia svedese, unitamente a Joel Mokyr, statunitense-israeliano della Northwestern University e al canadese Peter Howitt. E, a poche ore dall’annuncio del Nobel, proprio Aghion ha detto la sua sull’Europa e il suo destino. Avvertendo che il Vecchio continente sta perdendo la corsa tecnologica contro Cina e Stati Uniti.

“L’Europa deve svegliarsi. Stiamo rimanendo indietro sul piano tecnologico rispetto agli Stati uniti e ora anche rispetto alla Cina. Dagli anni Novanta loro sviluppano innovazioni dirompenti e ad alta tecnologia, mentre noi restiamo confinati in innovazioni incrementali, di medio livello. L’Europa deve diventare davvero innovativa, altrimenti il suo declino sarà inesorabile. Verrà marginalizzata”, ha messo in chiaro l’economista. Ma non tutto è perduto. “Abbiamo una leadership in democrazia, libertà, modello sociale e tutela ambientale, e molte persone desiderano venire a lavorare qui. Ma dobbiamo svegliarci e costruire un ecosistema che favorisca l’innovazione”.

La paura, l’allarme, ci possono stare. Ma, spiega a Formiche.net l’economista e docente della Luiss Marco Simoni, andrebbe direttamente girato più che a Bruxelles, che senza un ampio consenso sulle politiche industriali può fare ben poco, ai Paesi membri dell’Unione. “Gli Stati membri fanno l’Europa, la retorica di Aghion più che alle istituzioni comunitarie è rivolta a Paesi che compongono l’Europa stessa. Questo è il punto. Faccio un esempio: Bruxelles ha approvato una proposta di bilancio che contempla degli investimenti in innovazione, tecnologia e crescita. Eppure, tale bilancio rappresenta una quota irrisoria rispetto al Pil europeo. Ma non perché lo voglia Bruxelles, bensì perché lo vogliono i Paesi membri che poi sono quelli chiamati a spendere e a metterci i soldi”.

Da qui a chiamare poi in causa il rapporto di Mario Draghi sulla competitività, il passo è breve. “Del rapporto Draghi, presentato un anno fa e che indicava in 800 miliardi all’anno gli investimenti necessari per colmare il gap di competitività, che cosa è stato fatto? Poco. Diciamo un paio di regolamenti europei, ma poi, basta. Questo per dire che Aghion avrà anche ragione, però è evidente che il deficit di competitività è un problema che va affrontato coinvolgendo i governi del Vecchio continente, non prendendosela solo con Bruxelles”. Va bene, ma c’è un’altra domanda. Se tutti dicono che l’Ue prima o poi si farà del male se non corre ai ripari, allora perché si prosegue nel solco di questo torpore? “Il problema è che la maggior parte dei Paesi europei ha dei reflussi di chiusura, si tende ad andare ognuno per i fatti suoi. La Germania fa politica industriale, la Spagna un po’ meno, l’Italia ci prova. Ci sono troppe velocità diverse, questo è il vero problema”.

E pensare che se sulla competitività si batte la fiacca, non si può dire lo stesso sulla Difesa. In Europa, complice il disimpegno americano, è partito una sorta di riarmo generalizzato. “Ma le due cose non sono incompatibili, ma complementari. Non ridurrei il tutto alla parola riarmo, investire in Difesa vuol dire anche investire in tecnologie che riguardano la vita civile. Quindi anche spendere nella Difesa può contribuire a ridurre il gap di competitività. E poi comunque gli americani hanno anche il diritto di ritirarsi dall’Europa, che ora deve imparare a badare a se stessa, a difendersi da sola”.

Per vincere la sfida cinese non basta solo Bruxelles. La versione di Simoni (Luiss)

Il premio Nobel Aghion ha ragione a strigliare un’Europa che del rapporto Draghi ha realizzato poco o nulla. Ma più che a Bruxelles bisognerebbe bussare alla porta dei Paesi dell’Unione, che vanno ancora in ordine sparso e vittime di reflussi nazionalisti. La Difesa? Un ottimo modo per creare competitività. Conversazione con Marco Simoni, docente ed economista della Luiss

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