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“Le lettere cinesi sono arrivate proprio nel giorno in cui, dopo tremila anni di guerre e caos, c’è pace in Medio Oriente. Mi chiedo se quella tempistica sia una coincidenza”. Con queste parole, Donald Trump ha collegato due eventi che considera tutt’altro che indipendenti. Le “lettere” a cui fa riferimento sono comunicazioni ufficiali inviate da Pechino a vari governi per annunciare l’intenzione di imporre nuovi controlli alle esportazioni su terre rare e materiali strategici, una misura che potrebbe condizionare le catene globali di approvvigionamento.

Trump sembra interpretare l’iniziativa anche come una risposta indiretta al successo — almeno momentaneo — del piano americano per la pace in Medio Oriente, che ha ridotto lo spazio di manovra cinese in una regione dove Pechino aveva cercato di consolidare la propria influenza diplomatica ed energetica durante la crisi israelo-palestinese. “La Cina, spiazzata dall’accordo, ha alzato il tiro su un altro fronte: quello economico”, è il messaggio politico implicito nel post del presidente, secondo una fonte diplomatica. E c’è di più.

Negli ultimi giorni Pechino ha effettivamente irrigidito i controlli sulle esportazioni di materiali strategici, tra cui le terre rare. E ieri ha annunciato che, a partire dal 14 ottobre, saranno applicate nuove tasse portuali alle navi battenti bandiera statunitense.

Nel testo, Trump accusa Pechino di voler “rendere il mondo prigioniero” attraverso restrizioni sulle esportazioni di terre rare e di “ogni elemento della produzione industriale”. Una mossa che definisce “ostile e senza precedenti”, e che — sostiene — rifletterebbe un piano di lungo periodo per costruire un monopolio globale su materiali chiave per elettronica, difesa e transizione energetica.

Il presidente statunitense ha aggiunto di non aver ancora parlato con Xi Jinping e di non vedere più motivi per incontrarlo al vertice Apec in Corea del Sud. La decisione cinese, ha scritto, “ha sorpreso non solo me, ma tutti i leader del mondo libero”, sottolineando il cambio di tono di Pechino dopo mesi di apparente distensione.

Sul piano economico, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti “saranno costretti a reagire”, valutando un “massiccio aumento dei dazi sui prodotti cinesi” e altre contromisure. “Per ogni elemento che loro monopolizzano, noi ne abbiamo due”, ha affermato, rivendicando la superiorità industriale americana.

Il riferimento alle terre rare — settore in cui la Cina controlla circa il 70% dell’estrazione e oltre il 90% della raffinazione mondiale — riporta in primo piano una delle leve strategiche più delicate del confronto economico globale. Negli ultimi anni Pechino ha già usato restrizioni simili come strumento politico, ad esempio verso il Giappone nel 2010, e Washington teme che una nuova stretta possa colpire l’intera filiera tecnologica occidentale.

Il messaggio di Trump si inserisce quindi in una più ampia narrativa di competizione sistemica: mentre l’amministrazione americana rivendica un risultato storico in Medio Oriente, dove Pechino nell’ultimo decennio ha cercato sempre maggiori spazi, la Cina risponde tentando di riaffermare la propria centralità sul terreno economico e industriale? C’è un equilibrio fragile che si sta alterando, che rischia di aprire una nuova stagione di tensioni globali.

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