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Oltre alle fragilità economiche e alle minacce militari, una nuova forma di vulnerabilità attraversa le democrazie occidentali, quella cognitiva. È la perdita di sicurezza epistemica, la capacità di una società di difendere la propria conoscenza collettiva da manipolazioni, simulazioni e falsificazioni sistemiche.

È il tema del nuovo paper di Demos, think tank britannico da tempo impegnato nell’analisi del rapporto tra informazione e democrazia, firmato da Eliot Higgins (fondatore di Bellingcat) e Natalie Martin. Il report si concentra sulla “sicurezza epistemica”, definendola come “la capacità collettiva di una società di proteggere il proprio ecosistema della conoscenza” e elaborando un framework operativo: (Vda) Verification, Deliberation, Accountability. Una triade che segna il confine tra la resilienza e il collasso endogeno delle democrazie liberali.

La crisi della verità come minaccia sistemica

Le democrazie liberali, secondo gli autori, starebbero vivendo un collasso epistemico. Un cedimento delle strutture che permettono di stabilire cosa è vero, chi decide cosa è vero e come si rende conto del potere. Negli ultimi vent’anni, dalla guerra in Iraq alla pandemia, passando per il crollo finanziario del 2008 e il 6 gennaio americano, le democrazie hanno fallito, secondo Demos, i propri “stress test di verità”. E ogni volta, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni è andata riducendosi, formando così un perimetro fertile per attori ostili, interni o esterni, con la possibilità di sfruttare la frattura tra percezione e realtà.

Higgins e Martin parlano apertamente di epistemic collapse: l’erosione della capacità di distinguere il vero dal falso, il verificabile dal credibile. Le catene di approvvigionamento dell’informazione, un tempo presidiate da giornalismo, accademia e istituzioni, si stanno fratturando sotto la pressione di algoritmi, engagement economy e sfiducia sistemica.

La democrazia non vive di sola procedura. Ha bisogno di tre funzioni vitali: la verifica dei fatti, la deliberazione pubblica e la responsabilità del potere. Se svuotate di sostanza, la politica diventa mera formula. Quando vengono simulate, cioè imitate nelle forme ma invertite nei contenuti, nasce quella che Demos definisce la disordered democracy, una democrazia di superficie che funziona come un deepfake istituzionale.

Rischio: dall’hollow state alla simulazione

Il documento individua tre stati di salute della democrazia. Nella fase funzionale, verità, partecipazione e responsabilità operano visibilmente: le istituzioni verificano, discutono, correggono. Nella fase hollow, restano le forme ma non le conseguenze: la politica si riduce a rituale, il giornalismo a spettacolo. Infine, nella fase simulata, il sistema democratico non muore: si traveste. La verifica diventa conferma del pregiudizio, la deliberazione si trasforma in polarizzazione, l’accountability in caccia al nemico. E la democrazia diviene un ecosistema che appare vitale ma è già stato catturato cognitivamente, è in preda agli agenti del caos.

Le nuove guerre cognitive

Per Higgins e Martin, le piattaforme digitali sono oggi le nuove infrastrutture epistemiche del pianeta. Ma funzionano con logiche opposte a quelle della verità: l’algoritmo non premia la verifica, ma la reazione. È in questo ambiente che prosperano le counterpublics, comunità alternative che nascono quando i cittadini non si riconoscono più nei canali ufficiali dell’informazione. Possono essere costruttive, come i network di giornalismo civico o le inchieste collaborative, oppure disordinate, come i movimenti cospirazionisti. Il caso QAnon, citato nel report, è infatti quello di una contro-narrazione nata da residui di realtà e divenuta un sistema chiuso di credenze, capace di contaminare il dibattito pubblico e di trasformarsi in forza politica mobilitante.

L’Occidente come bersaglio molle

Tutte le democrazie occidentali si trovano oggi in uno stato che Demos definisce “mildly hollow”, moderatamente vuoto. Le istituzioni funzionano ancora, ma non convincono più. Ogni scandalo, ogni bugia, ogni promessa tradita apre nuove crepe nella fiducia pubblica. È in questo vuoto che le piattaforme, spesso di proprietà extra-occidentale, installano nuove architetture di senso, dove il consenso si costruisce con la viralità più che con la verità.

Verso una difesa epistemica

Il paper chiude con una proposta. Ricostruire la sicurezza epistemica come si fa con le infrastrutture critiche. Una società che non sa più verificare non sa più governare e le contromisure possibili sono individuate nella formazione, l’alfabetizzazione digitale, le reti investigative distribuite, l’accountability effettiva. Un piano di resilienza cognitiva che mira a ricostruire fiducia, partecipazione e controllo dal basso. Sia chiaro: non si tratta di educazione civica, ma di sicurezza nazionale. La democrazia sopravvive solo finché i cittadini possono vedere con i propri occhi che la verità è ancora verificabile, che la loro voce conta, e che il potere risponde. Se smettono di crederlo, la guerra è già persa e nessuno ha ancora sparato un colpo.

Democrazie sotto attacco cognitivo. La sicurezza epistemica secondo Demos

L’erosione della “sicurezza epistemica”, la capacità collettiva di distinguere il reale dal manipolato, sta svuotando di sostanza istituzioni e cittadini, rappresentando la minaccia più insidiosa per le democrazie liberali. Il report del think tank britannico da tempo impegnato nell’analisi del rapporto tra informazione e democrazia, firmato da Eliot Higgins (fondatore di Bellingcat) e Natalie Martin

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