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Un anno è lungo e possono cambiare tante cose. Se c’è una lezione arrivata dalla grande pandemia che tiene sotto scacco il mondo da due anni è che i programmi, di qualsiasi natura essi siano, vanno fatti a media scadenza e possibilmente flessibili, in grado cioè di adattarsi a nuovi e repentini cambiamenti. Ed è esattamente quello che è successo nel campo delle politiche monetarie, con le grandi banche centrali che sono partite con un approccio per poi rivederlo in corso d’opera. Ma non tutte le colombe sono diventate falchi.

In altre parole, le principali banche centrali chiuderanno l’anno su posizioni decisamente divergenti. In realtà, le maggiori assonanze riguardano il ritiro delle misure di emergenza, ovvero gli acquisti imponenti di titoli di Stato che hanno permesso ai governi di finanziare tranquillamente gli interventi eccezionali legati alla crisi: gli annunci sono stati fatti e la riduzione degli interventi è avviata, anche se la porta è sempre aperta a necessari ripensamenti.

Assai diverso è invece l’approccio sui tassi, tagliati a ripetizione negli ultimi dieci anni fino a scendere a zero (e anche sotto): davanti a una inflazione verticale, questo approccio non sembra però più essere giustificato. E qui le linee di azione sono grosso modo di tre tipi: chi ha già agito, chi lo ha dato per certo nel prossimo futuro e chi preferisce attendere ancora qualche mese.

LA STERZATA DELLA FED

La sterzata più evidente, soprattutto nell’ultimo scampolo del 2021, è stata quella della Federal Reserve. Jerome Powell, il governatore imposto da Donald Trump al vertice della banca centrale e fresco di rinnovo sotto il segno di Joe Biden, aveva aperto l’anno all’insegna degli stimoli, ovvero tassi inchiodati allo zero e 80 miliardi di dollari acquistati al mese. Poi però, il vento è cambiato. Gli Stati Uniti sono tornati a macinare Pil, i piani pandemici di Biden hanno preso corpo (per ora solo sulla carta dopo lo sgambetto del senatore Joe Manchin), alimentando la domanda e i costi delle materie prime sono saliti alle stelle.

Risultato, una fiammata dell’inflazione che a novembre ha toccato il suo massimo (6,8%) dal 1982, quando c’era Ronald Reagan presidente. Per giunta, lo stesso Powell, fino a quel momento tentennante, si è convinto che il surriscaldamento dei prezzi non fosse temporaneo, bensì strutturale. E allora, via con il tapering, il disimpegno dalle politiche ultra-accomodanti, annunciato a più riprese tra settembre e dicembre ma messo in cantiere solo nell’ultima riunione del Fomc, il braccio operativo della Fed. A partire dalla prossima primavera, gli acquisti di titoli verranno fermati e i tassi rialzati dello 0,25% in tre round. La colomba è diventata mezzo falco.

IL COLPO DI MANO INGLESE

Nettamente più decisionista la Banca centrale inglese, la Bank of England. Che, davanti un’inflazione che ad aprile 2022 potrebbe salire al 6%, divorando i salari e i conti correnti degli inglesi, a metà dicembre ha ritoccato il proprio tasso di riferimento di 15 punti base, portandolo allo 0,25%. Livelli ancora storicamente infimi ma la strada sembra segnata con altri tre interventi dati per scontati entro fine 2022. Meno annunci e più fatti anche dall’altra parte del globo: la banca centrale della Nuova Zelanda ha già compiuto due rialzi (il livello attuale ora è allo 0,75%) nonostante l’impatto pesantissimo dei lockdown sull’economia nazionale.

TAPERING GIAPPONESE

C’è poi il caso del Giappone. La banca centrale nipponica ha fatto suo l’approccio della Fed, lasciando invariati i target dei tassi di interesse di breve termine al -0,1%, e dei titoli di stato a 10 anni attorno allo zero L’istituzione guidata da Haruhiko Kuroda ha deciso tuttavia di ridurre le misure di sostegno lanciate con l’esplosione della pandemia Covid-19 annunciando il lancio del tapering dei suoi acquisti di corporate bond e di commercial paper. A partire dal prossimo aprile, la Bank of Japan dunque ridurrà gradualmente gli acquisti di titoli, riportandoli ai livelli pre-pandemia.

IL FRONTE DEI PRUDENTI

Tra tapering e mezzi tapering c’è il fronte dei prudenti. E qui il play maker è la Banca centrale europea guidata da Christine Lagarde, decisamente disallineata dalla Fed. Sull’Europa, ancora troppo dipendente dal gas russo, incombe lo spettro di un’inflazione strutturale e a tratti violenta. Solo in Italia, tanto per fare un esempio, il prossimo anno famiglie e imprese andranno incontro ad aumenti per 11 miliardi.

Ma a Francoforte ostentano tranquillità e nonostante una crescita dei prezzi balzata al 4,9% nella zona euro, si continua a considerare il fenomeno transitorio (aggettivo abbandonato dalla Fed), limitandosi nel 2022 a chiudere gli acquisti da 1.850 miliardi di euro del programma pandemico Pepp per sostituirli con quelli dell’App, ovvero un Quantitative Easing più tradizionale. Stesso polso della Banca nazionale Svizzera per la quale la politica monetaria espansiva è ancora giustificata. A Berna sembra preoccupare la rivalutazione del franco, di qui la scelta di mantenere a –0,75% il tasso.

Fed

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