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La potenziale soluzione alla decennale crisi libica, le tensioni nel Maghreb occidentale, i golpe nel Sahel e in Sudan, la guerra in Etiopia sono tutti elementi che hanno recentemente riacceso l’attenzione sull’Africa. Un continente dalle enormi potenzialità, ma con altrettanto gigantesche complessità. Con la lotta alla pandemia e quella al cambiamento climatico che si aggiungono a queste, mostrando altre sfide strutturali che le economie africane faticano a ingaggiare. Mancano investimenti – e manca la stabilità per attirarli – e all’orizzonte c’è una nuova potenziale crisi del debito, ma anche iniziative di crescita.

“Se l’impatto economico del Covid-19 non era naturalmente evitabile, la pandemia è dunque arrivata quando le condizioni si erano già indebolite per economie, come quelle subsahariane, strutturalmente dipendenti e molto vulnerabili a shock esterni”, spiegano Giovanni Carbone e Lucia Ragazzi in un’analisi pubblicata dall’Ispi. Pesano condizioni come la scarsa diffusione dei vaccini (solo il 6 per cento hanno ricevuto le dosi necessarie, secondo i dati di ottobre dell’Organizzazione mondiale delle Sanità) e la bassa presenza di misure sanitarie per il controllo dell’epidemia, tanto quanto le pressioni su alcuni Paesi legate alla forte esposizione al debito – soprattutto con la Cina.

Circostanze che hanno portato per la prima volta in venticinque anni l’area subshahariana in recessione: nel 2020, il tasso di crescita che ha segnato un -1,7 per cento – alcuni stati, come il Botswana, Namibia, Zimbabwe o Repubblica del Congo hanno superato il -8 per cento, altri come Seychelles, Mauritius e Capo Verde ancora peggio. Tuttavia, il Fondo monetario internazionale stima che il 2021 si chiuderà con un +3,7 per cento medio – trainato dalla crescita economica globale e più nello specifico da quella del settore delle commodities. Segno delle potenzialità africane, ma anche delle vulnerabilità strutturali.

L’Africa tornerà a crescere più lentamente del resto del mondo (+5,9), le economie lanciate di alcuni Paesi della regione saranno meno competitive con altre emergenti. Questo si sintetizzerà in un peggioramento delle condizioni di vita generali, con il risvolto dell’instabilità politica e securitaria che facilmente si collega a certi contesti – dove cresce l’insicurezza alimentare e sanitaria, si abbassa livello di istruzione, aumentano genericamente tutte le condizioni di povertà. Elementi che facilitano per esempio l’attecchimento di istanze radicali, come segnalata dalle preoccupazioni emerse durante i più recenti summit sul terrorismo globale (l’Africa in questo momento è considerata il centro pulsante delle istanze collegate al culto baghdadista dello Stato islamico).

Nel ventiquattresimo “Africa’s pulse” pubblicato nel mese di ottobre, la Banca Mondiale stima il debito pubblico medio per l’Africa subsahariana al 71 per cento del Pil nel 2021: un livello non clamoroso che però, stante il grado di sviluppo e la stabilità strutturale delle economie africane, rende complesso per i governi portare avanti l’azione politica e pone dubbi sulla sostenibilità dei debiti stessi. Lo Zambia, per esempio, ha dichiarato il default tecnico a novembre 2020, diventando il primo paese a farlo durante la pandemia.

Il Paese deve oltre 3 miliardi di dollari a entità cinesi su un totale di 12 miliardi di dollari di debiti esterni. La presenza della Cina è visibile in tutta l’Africa, ma da nessuna parte come in Zambia, la nazione africana dove ha investito più denaro: ad oggi Pechino possiede un terzo del debito nazionale di Lusaka. La Repubblica popolare è il primo dei creditori bilaterali nel continente, “detiene il 13 per cento del debito africano ed è seguita dagli Stati Uniti con il 4, anche se l’assenza di trasparenza rende i dati cinesi poco certi”, spiega l’Ispi.

Sebbene Angola, Camerun, Etiopia, Kenya e Sudafrica raccolgano il 60 per cento del debito alla Cina, il think tank italiano fa notare che “a contare sono anche il peso relativo alla dimensione dell’economia e la collateralizzazione del debito per mezzo di risorse o infrastrutture strategiche da parte di determinati Paesi, che aumentano i rischi del loro indebitamento e le implicazioni e la vulnerabilità rispetto ad eventuali default”. Questa condizione pone i Paesi africani davanti al rischio della cosiddetta “trappola del debito”, con cui il Partito/Stato potrebbe imporre forzature per chi si trovasse in incapacità di ripagare le esposizioni – potrebbero esserci pressioni di carattere politico per ottenere sostegno all’interno delle strutture multilaterali, così come l’ottenimento del controllo di assetti strategici come le infrastrutture.

Tra un mese scadrà – e con ogni probabilità non sarà rinnovata – anche la Debt Service Suspension Initiative, DSSI, l’iniziativa di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, lanciata nell’aprile dello scorso anno di concerto con il G20, per la sospensione del servizio di debito. Vi avevano aderito sia i membri del Club di Parigi che la Cina. Una condizione che, senza un miglioramento della situazione economica africana, pone diversi Paesi in una posizione difficile davanti ai debitori, e non è chiaro quanto strumenti di sostegno come gli Special Drawning Rights del Fmi possano essere efficaci da soli (seppure di per sé funzionali).

Eppure il momento offre opportunità, perché il sostenimento della ripresa africana si somma all’occasione di portare il paese verso la transizione energetica: un mix che offre la possibilità per un profondo cambiamento strutturale nell’intero continente. Dalla Cop26 (i cui risultati sono stati discutibili) i leader continentali hanno sponsorizzato le iniziative come il Gree Recovery Action Plan pensato dall’Unione africana per passare dall’approccio mitigativo a quello proattivo.

Passaggi che, insieme alla lotta alla pandemia e alla questione del debito, saranno sui tavoli di colloqui del Forum on China-Africa Cooperation: si svolgerà a Dakar a fine mese e sarà l’ottava edizione di un evento che si tiene ogni tre anni e che fa da punto di sintesi della presenza cinese nel continente. L’agenda degli appuntamenti internazionali dell’Africa è fitta, se si considera anche che a dicembre Ankara ospiterà il terzo Africa-Turkey Summit, evento che segue la visita di ottobre con cui il presidente turco ha fatto tappa in alcuni paesi africani considerati punti di aggancio nevralgici.

Recentemente, anche per effetto di crisi come quella sudanese ed etiope, anche gli Stati Unti si sono mostrati particolarmente attenti alle dinamiche africane, con diversi alti funzionari – tra cui il segretario di Stato – che sono andati in visita anche per non perdere terreno rispetto a rivali e competitor. A febbraio 2022, inoltre, dopo due anni di rinvii a causa del Covid, si dovrebbe tenere il vertice tra Unione Africana e Unione Europea, che un diplomatico africano in Italia descrive come “molto atteso, perché l’Ue è un attore di mediazione tra le competizioni in corso nel mio continente”.

Sotto quest’ottica viene visto anche il ruolo italiano, come dimostrato anche dalle dichiarazioni di chi ha partecipato agli “Encounters with Africa” organizzati a inizio ottobre dalla Farnesina. La terza edizione della Conferenza Ministeriale Italia-Africa, che si svolge ogni due anni, ha riaffermato il partenariato politico, economico e culturale secondo la visione del “People, Planet, Prosperity” che ha fatto da titolo agli incontri.

Tra i temi la transizione energetica e la risposta all’impatto pandemico, appunto, ma anche lo sviluppo dei processi di innovazione di cui si è parlato durante l’Italia-Africa Business-week che si è tenuta subito dopo. La penetrazione delle Pmi italiane nel tessuto africano è considerata un valore strategico, perché non è vista sotto la lente predatoria con cui sono lette le presenze di altri attori internazionali nel continente.

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