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Nell’ultima settimana il gruppo separatista nordista che nel 2015 ha rovesciato il governo in Yemen, ha lanciato contro il territorio dell’Arabia Saudita un missile Zulfiqar, un Quds-2, 12 droni armati Samad-3 e 14 Qasef-2K. Ventotto attacchi concentrati in realtà in cinque giorni. Nel frattempo hanno rilanciato l’assalto a Marib, città dello Yemen centrale non solo geograficamente. Conquistarla garantirebbe al gruppo ex ribelle (ribelle ormai è improprio, sono diventati de facto amministratori) di allargare ancora il territorio sotto controllo con una fetta importante. Gli attacchi contro i sauditi sono collegati a questa avanzata, perché Riad guida quella che una volta era una coalizione internazionale arabo-sunnita che avrebbe dovuto rapidamente fermare gli Houthi. L’obiettivo non solo è fallito, ma Riad è rimasta impantanata in un Vietnam; i teoricamente fidati alleati emiratini che hanno lasciato il fronte; l’idea dell’erede al trono Mohammed bin Salman di trasformare quell’intervento nel prodromo operativo di una Nato Araba (anti-Iran) è scivolata in un dimenticatoio.

Un mese fa gli Houthi sono stati rimossi dalla lista delle organizzazioni terroristiche statunitensi secondo un ordine spiegato dal segretario di Stato, Anthony Blinken e collegato alla tremenda situazione umanitaria nel Paese. Le azioni armate degli ex ribelli e l’intervento militare saudita hanno prodotto migliaia di vittime civili: all’80 per cento degli yemeniti manca ogni genere di prima necessità. Eliminare gli Houthi dalla lista dei terroristi permette agli Stati Uniti di fornire assistenza tramite le organizzazioni internazionali. Il 28 febbraio l’inviato speciale statunitense, Timothy Lenderking, ha incontrato Mohammed Abdusalam, rappresentante e portavoce degli Houthi nella capitale omanita Muscat. Gli Usa vogliono chiudere la guerra, e adottano una politica di bastone e carota: il 2 marzo hanno sanzionato due comandati del gruppo yemenita con l’accusa di essere parte in causa del disastro umanitario e di aver importato armi dall’Iran. Il link con i Pasdaran (finanziatori militari degli Houthi) è importante perché Washington lo usa per rassicurare Riad su più livelli.

Tutto in effetti avviene all’interno di una serie di provvedimenti presi dall’amministrazione Biden nel primo mese in office che hanno risvolti di lettura nelle relazioni con Riad. Lo Yemen, come faceva notare su queste colonne Valeria Talbot (Ispi), è diventato un simbolo della rimodulazione dei rapporti tra la Washington di Joe Biden e il regno; il dossier dove ci saranno maggiori e più rapidi contraccolpi spiegava Eleonora Ardemagni (UniCatt). Gli Usa hanno bloccato una commessa di bombe che i sauditi avevano comprato dalle aziende americane per poi usare in Yemen e hanno interrotto l’appoggio di intelligence che fornivano alle attività militari saudite nel paese – dove la guerra civile, l’intervento esterno e la crisi umanitaria si sommano a una situazione di sicurezza delicatissima legata alla presenza di terroristi appartenenti a Is e al Qaeda.

Il governo americano ricorda che questi passaggi non significano che Washington non appoggerà più Riad nelle sue necessità di sicurezza – anzi, si parla dell’espansione delle basi americane in territorio saudita e della possibilità di installare nelle postazioni esistenti dei sitemi di difesa aerea come l’israeliano Iron Dome che possano difendere l’Arabia Saudita dagli attacchi degli Houthi (come quello recente all’aeroporto di Abha). Allo stesso diversi dei leader di Ansarallah – il nome dell’organizzazione degli Houthi – vengono e restano sanzionati sotto l’E.O. 13611 (ordine esecutivo che li incolpa di atrocità e violazioni della stabilità) e il gruppo rimane sotto monitoraggio americano per le azioni armate condotte anche in questi giorni nell’area di Marib, a est della capitale Sanaa. Assalto che gli Houthi stanno spingendo anche per sedersi a un eventuale (imminente?) tavolo negoziale con più carte in mano.

Gli attacchi in Arabia Saudita, la continuazione dell’offensiva, l’aumento delle capacità militari degli Houthi e il consolidamento delle relazioni con i Pasdaran sono elementi che portano la situazione su un livello molto complicato per Washington. Lo Yemen è diventato nel tempo il simbolo dell’avventurismo dibin Salman, inizialmente non frenato dall’amministrazione Obama, successivamente sostenuto da quella Trump. Adesso con Biden lo stop si è reso necessario anche perché la situazione sembra senza fine – anche a Riad.

“Le prime decisioni di Biden costituiscono una netta rottura rispetto al suo predecessore per dare nuovamente la priorità alla diplomazia (Diplomcay First, ndr), ai valori e agli alleati. L’Arabia Saudita è un partner di lunga data per la sicurezza, ma non condivide i valori americani sulla democrazia e sui diritti umani. Questo è il nocciolo della sfida per le relazioni bilaterali. Biden vuole rivedere formalmente la relazione, ma è stato attento a non suggerire che cerca di porvi fine”, ha commentato in un report Ispi William Wechsler del Rafik Hariri Center dell’Atlantic Council.

Il punto riguarda anche l’Iran, come detto: Teheran vuole mantenere il canale diplomatico aperto, ma è disposto in questo momento a portare gli Houthi a deporre le armi? Secondo Ahmed Nagi, del Malcolm H. Kerr Carnegie Middle East Center, non lo è, semplicemente perché la Repubblica islamica potrebbe essere interessata a collegare il processo di pace con i talks sulla ristrutturazione del Jcpoa con gli Stati Uniti. E nella partita iraniana si include la questione Usa-Riad. Nel 2015, quando gli Stati Uniti firmarono l’accordo sul nucleare Jcpoa, i sauditi lanciarono la campagna militare anche come forma di scontro proxy con Teheran.

Ora gli americani possono giocare la carta dei cinque anni di insuccessi per non alterare troppo l’alleato saudita nell’ambito della riqualificazione del rapporto con l’Iran. La decisione di designare gli Houthi era stata presa in chiave anti-iraniana negli ultimi giorni di amministrazione Trump, anche per complicare il percorso a Biden, come spiegava su queste colonne Ludovico Carlino (IHS Country Risk). Ma sono gli attacchi ad Abha e l’avanzata a Marib (dove ci sono centinaia di migliaia di sfollati che aggravano la crisi umanitaria) che stanno complicando la strada all’attuale amministrazione – che da un lato potrebbe usare il dossier per leve diplomatiche con Riad tanto quanto con Teheran, dall’altro non può cedere alla caduta definitiva del cuore del paese in mano a un gruppo armato violento che riceve armi dai Pasdaran. L’Iran usa leve di hard e soft power a sua volta, come fa notare l’esperto dell’Università di Oxford Sam Ramani. Da un lato dà supporto all’assalto a Marib (con le armi dei Pasdaran), dall’altro cerca sponde per partecipare al processo Onu di negoziato per la pace. L’obbiettivo, secondo Ramani, è ritagliarsi un posto per i negoziati e mantenere influenza nel nord dell’Iran (sfera che serve come deterrenza nei confronti dell’Arabia Saudita e affaccio sul Mar Rosso).

(Foto: Human Right Watch)

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