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Il Consiglio dei ministri sta per varare il disegno di legge di Bilancio che ha l’obiettivo di definire l’azione di finanza pubblica per i prossimi tre anni. L’attenzione, e le differenze tra la forze politiche sono concentrate sul prossimo anno, ma la cornice è triennale. È importante ricordarlo in particolare quando si esamina un nodo che pare essere diventato un vero scoglio: le pensioni.

Il dibattito su “quote” e “scalini” ne sottintende uno più profondo: il ritorno o meno al sistema contributivo, scelto nel 1995 dall’Italia (e contemporaneamente dalla Svezia) al fine di assicurare pensioni ai nostri figli e nipoti – assegni comunque molto più bassi di quelli di cui fruiscono i pensionati di oggi (tra cui chi scrive) ma pur sempre tali da consentire una previdenza pubblica dopo alcuni decenni di lavoro. Se in un’ottica triennale, non si ritorna al sistema contributivo con l’intenzione che diventi “puro” superati i 18 anni di transizione (in Svezia ne hanno impiegati tre), il futuro previdenziale nei nostri figli e nipoti sarà a rischio.

Le forze politiche stanno dibattendo su come utilizzare un ipotetico “tesoretto” derivante da una crescita del Pil stimata per quest’anno attorno al 6%. Dimenticano che il debito della Pubblica amministrazione supera il 150% del Pil: un elementare principio di giustizia chiederebbe che non venisse posto tutto a carico dei nostri figli e dei nostri nipoti. Dimenticano, inoltre, che le previsioni per il 2022 parlano di un tasso di crescita del 4% e quelle per gli anni successivi di crescita del 2%-2,5% (tale da rendere sostenibile in debito ed in linea con l’esperienza di Paesi maturi, ma molto più veloce dei tassi di crescita che hanno caratterizzato l’Italia nell’ultimo quarto di secolo) nell’ipotesi che le riforme e gli investimenti del Pnrr diano i frutti sperati: dimentichiamo che in materia di riforme siamo in ritardo rispetto al cronoprogramma concordato con l’Unione europea (Ue) e che gli investimenti non sono ancora “decollati”. Quindi, nel plasmare i saldi di bilancio è necessario, non solo consigliabile, applicare “il principio di precauzione”, in breve tenere conto che le cose potrebbero andare meno bene di quanto oggi previsto.

Il “principio di precauzione” dovrebbe pure prendere in considerazione che il supporto europeo al Pnrr potrebbe “restringersi”. Per ora è una possibilità, ma potrebbe diventare presto una probabilità. Da un lato, potrebbe “restringersi” perché le riforme non sono sufficientemente ben allestite o perché gli investimenti tardano o non hanno i requisiti per essere considerati efficienti ed efficaci. Il “contratto” prevede una valutazione semestrale da parte delle istituzioni dell’Ue (Commissione e Consiglio) dell’andamento dell’attuazione del Pnrr; se non attuiamo rapidamente correttivi, tra un anno o giù di lì, il supporto Ue potrebbe essere “sospeso” in attesa che l’Italia si metta sulla giusta corsia.

Inoltre, al finanziamento generale della “facility” del Next Generazione Eu stanno venendo a mancare quelle che in gergo comunitario vengono chiamate “le risorse proprie”, ossia finanziamento proveniente non da indebitamento della Commissione ma da imposte/dazi europei che non avrebbero aumentato la pressione fiscale dei singoli Stati membri, in quanto avrebbero pesato su soggetti esterni all’Ue. Si tratta di due voci: la carbon border tax e l’imposta sui giganti del web con sedi in Paradisi Fiscali. Da quando è stato predisposto il Next Generazione Eu, la situazione è cambiata: da un lato, pare difficile applicare la carbon border tax (peraltro di dubbia legittimità rispetto alle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio-Omc) in una fase di forte aumento dei prezzi dell’energia. Da un altro, l’imposta sui giganti del web è ormai superata dalla minimum tax del 15% sui loro utili che si sta negoziando in sede Ocse.

Il Next Generazione Eu prevede che se queste due fonti di finanziamento verranno a mancare, sarà il bilancio comunitario a colmare la falla. Ma ciò significa che l’Italia o pagherà di più (in base al proprio Pil) al bilancio comunitario o riceverà di meno da altre poste (fondi strutturali, ecc.).

Manovra, cosa succede se si restringe l'apporto europeo

Le forze politiche stanno dibattendo su come utilizzare un ipotetico “tesoretto” derivante da una crescita del Pil stimata per quest’anno attorno al 6%. Dimenticano che il debito della Pa supera il 150% del Pil. Dimenticano che le previsioni per il 2022 parlano di un tasso di crescita del 4%. Dimentichiamo anche che in materia di riforme siamo in ritardo rispetto al cronoprogramma concordato con l’Ue e che gli investimenti non sono ancora “decollati”

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