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Tutti pazzi per i microchip. Ci saranno vinti e vincitori nella contesa tutta italiana per accaparrarsi il nuovo maxi-stabilimento dell’americana Intel. Dopo mesi di trattative dietro le quinte è arrivata la conferma ufficiale: il governo Draghi sta lavorando per convincere Intel, colosso tech della California e primo produttore americano di microchip, a costruire in Italia un impianto di produzione.

Come anticipato da Reuters, si tratta di un “impianto di packaging” che lavorerà a contatto con l’altro grande sito di produzione pronto a nascere in Germania, probabilmente a Dresda. Un investimento dal valore stimato di 4 miliardi di euro che potrebbe dar vita a 1000 posti di lavoro.

L’occasione fa gola a due grandi realtà dell’industria tech italiana: Mirafiori in Piemonte,  l’Etna Valley in Sicilia. Da mesi entrambe sono in cima alla lista delle aree dove dovrebbe sorgere la mega-factory di chip. E se i negoziati in corso fra il governo italiano e la compagnia guidata da Pat Gelsinger sono realtà, ancora non è stata rivelata la destinazione finale dell’investimento.

Un indizio è arrivato di recente dal ministro che più di tutti sta seguendo il dossier: il titolare del Mise e vicesegretario della Lega Giancarlo Giorgetti. Già ad agosto aveva definito “ideale” lo stabilimento di Mirafiori, anche alla luce del necessario coinvolgimento di Stellantis. Endorsement accolto da reazioni opposte, con un fronte trasversale ad accusare il ministro di un giudizio di parte a favore di Torino.

Giorgetti da parte sua ha chiarito a più riprese che la partita dell’impianto Intel riguarda anzitutto “il sistema Italia”. Ma il vantaggio piemontese sull’area siciliana, che già ospita una fabbrica del produttore di chip italofrancese Stmicroelectronics e raddoppierà con un altro impianto a Catania per i chip in carburo di silicio finanziato dal Recovery plan, continua a far discutere.

Perfino dentro alla Lega: a settembre l’eurodeputata siciliana Annalisa Tardino ha messo le mani avanti, “non c’è nessun Nord contro Sud quando si parla di sistema Paese”. Al coro si è unita una parte del centrodestra. Primo fra tutti il governatore della Sicilia in quota Fdi, Nello Musumeci, convinto che bisogna evitare “la solita logica che privilegia il Nord a discapito del Sud”. A metà ottobre il deputato leghista Alessandro Pagano ha cercato di gettare acqua sul fuoco: “Nessun investimento della multinazionale Intel per la costruzione dei microchip in Etna Valley è stato dirottato nell’Italia del Nord”. Venerdì scorso, durante un convegno dell’Angi al Senato, un altro assist alla causa etnea è partito da Adolfo Urso, presidente del Copasir: per non diventare “utilizzatori di tecnologia altrui”, l’imperativo è “investire in Italia, ad esempio nell’Etna Valley per quanto riguarda la produzione di semiconduttori”, ha detto il senatore di Fdi.

Insomma, nella vicenda Intel diplomazia e politica si intrecciano senza soluzione di continuità. I semiconduttori, ha detto in Parlamento il premier Mario Draghi, sono “una sfida decisiva per raggiungere l’autonomia tecnologica europea”. Sono anche però un’occasione d’oro per rilanciare l’industria e il manifatturiero di intere regioni.

Ecco spiegato il lavoro di squadra del torinese fra regione, comune e categorie produttive. Un documento di una trentina di pagine è già atterrato sulle scrivanie di Draghi, Giorgetti e del sottosegretario Gilberto Picchetto Fratin. Numeri, stime e tabelle per dimostrare la bontà della candidatura piemontese, insieme a una lista delle aree pronte per ospitare l’impianto Intel. In pole, come da pronostici, c’è anche Mirafiori con i suoi 350.000 metri quadri.

Al Mise per il momento le bocche restano cucite. Giorgetti è appena rientrato da una missione di cinque giorni negli Stati Uniti, tra incontri istituzionali e faccia a faccia con possibili investitori. C’è stato spazio anche per un confronto con Intel, in attesa di una nuova visita di Gelsinger a Palazzo Chigi nelle prossime settimane.

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