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Ancora è vento di burrasca. Il green pass continua a essere elemento divisivo, specie dalle parti del centrodestra. Soprattutto per quella parte di Lega a cui stanno sempre più strette le posizioni assunte dal premier Mario Draghi in ordine all’estensione dell’utilizzo della certificazione verde. In aula, l’ennesimo strappo: dopo aver ritirato gli emendamenti e sventato il ricorso alla fiducia, i salviniani appoggiano un testo di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni gongola. Il segretario del Pd Enrico Letta è furioso. Cosa succederà ora, dentro e fuori il centrodestra? Per capirlo, abbiamo fatto due chiacchiere con Alessandro Campi, politologo e docente all’università di Perugia.

Campi, in Aula il green pass accoglie il voto favorevole della maggioranza. Fatta eccezione per la Lega che ritira gli emendamenti e ne appoggia uno di Fratelli d’Italia. Che cosa succederà con questa Lega che gioca a fare l’opposizione?

Con una maggioranza tanto eccentrica e inedita – che sarebbe bene lasciarsi alle spalle prima possibile (vorrebbe infatti dire che l’emergenza che l’ha resa necessaria è finita) – tutti cercano di rendersi visibili. A se stessi e agli occhi dei propri elettori. Lo sta facendo ora la Lega, ma ha provato a farlo anche il Pd con il ddl Zan: una legge talmente urgente e necessaria che se n’è persa la traccia. E’ facile biasimare i partiti e accusarli di minare il Governo di cui fanno parte, ma ai partiti non si può nemmeno chiedere di fare soltanto i portatori d’acqua a un Draghi che decide da solo e per tutti. Un minimo di dialettica democratica, in tempi di unanimismo coatto, dovrà pur esserci. Se non possono contare in Consiglio dei ministri, diamo almeno ai partiti e ai loro leader la possibilità di sfogarsi a livello di dibattito pubblico. Nel caso specifico della Lega c’è il solito problema di non lasciare tutto lo spazio dell’opposizione a Fratelli d’Italia. Da qui simili scelte tattico-politiche, di puro riposizionamento sul piano dell’immagine. Mi chiedo solo quanto servano dal punto di vista elettorale. Nel caso dell’opposizione al green pass credo davvero poco.

Dal Pd è partita la levata di scudi, peraltro legittima. Cosa cambia questa posizione negli equilibri della maggioranza?

Salvini ha interesse a distinguersi (secondo me su un tema sbagliato, visto che i suoi stessi elettori sono in grandi percentuali a favore del green pass e della sua estensione), ma non ha alcun interesse a chiamarsi fuori dalla maggioranza. Con l’appoggio a Draghi ha fatto una scommessa e un investimento, a suo modo persino coraggioso. Dopo l’estate pazza del 2019, che gli ha stampato sulla schiena lo stigma dell’inaffidabile, deve riaccreditare la sua Lega come forza di governo, se non vuole perdere la sua storica constituency elettorale del Nord: che chiede stabilità politica e sviluppo economico, non battaglie a chiacchiere a difesa della libertà. Salvini dunque non romperà. Semmai è Letta che sin dal primo giorno del governo Draghi ha sperato in un incidente che inducesse Salvini a tirarsi indietro, con la speranza – in realtà l’illusione – di poter così dare a quest’esecutivo una coloritura giallo-rossa-azzurro: come se la Presidenza Draghi fosse un’estensione del Conte II con l’aggiunta dei moderati d’area berlusconiana.

Ma la logica di questo governo, come ha detto sin dal primo giorno Mattarella in modo assai chiaro (e per me assai discutibile), è di non rispondere ad alcuna “formula politica” e di non avere dunque alcun colore politico, dal momento che li ingloba (quasi) tutti. Sin che ci sarà l’emergenza – quella sanitaria e quella relativa alla necessità d’incardinare in tempi brevi e nel modo giusto i progetti da finanziare attraverso il Next Generation EU (cosa che si ritiene solo Draghi possa fare) – questa maggioranza, tra una piccola tensione e l’altra, andrà avanti comunque. Per inciso, questo significa che secondo me Draghi sarà chiamato a completare la legislatura, non essendo politicamente immaginabile – e nemmeno troppo serio – pensare di interromperne il lavoro per spedirlo al Colle in cambio di elezioni anticipate di cui, in questo frangente, non si sente davvero il bisogno.

All’interno del centrodestra questa posizione come viene vista?

A me quello in corso all’interno del centrodestra sembra un gigantesco, e al dunque persino proficuo per tutte le sue diverse componenti, gioco delle parti. Si interpretano tutte le parti in commedia (l’opposizione, l’appoggio incondizionato a Draghi, l’appoggio critico al medesimo) finendo così per lucrare quale che sia la posizione assunta dai partiti che compongono la coalizione. I sondaggi danno il centrodestra in prospettiva vincente. Non c’è alcun interesse a dividersi: semmai a contarsi ora per poi comunque ritrovarsi uniti al momento del prossimo voto nazionale, quello davvero decisivo (anche se l’unità, secondo me, verrà già trovata in occasione della scelta del prossimo Capo dello Stato).

Intendiamoci, la competizione tra Salvini e Meloni è una cosa reale, destinata a produrre conseguenze negli equilibri e rapporti tra Lega e Fd’I specie se le prossime amministrative dovessero finalmente certificare quel che i sondaggi dicono da mesi. E cioè che i due partiti ormai si equivalgono nei consensi intorno al 20%. Una coalizione dove non esiste una forza egemone (com’era prima Forza Italia) è un bel problema, ma più facile da risolvere di quello – assolutamente analogo – che hanno nel centrosinistra, dove a loro volta Pd e M5s si equivalgono. Con la differenza che il centrodestra è un blocco (sociale prima ancora che politico ed elettorale) che sta in piedi da 25 anni, tra lati e bassi e tra continui litigi che però non ne hanno mai intaccato la forza complessiva, mentre la coalizione tra democratici e grillini è ancora largamente da costruire.

La contrarietà al green pass (nelle sale dei ristoranti) espressa prima da Borghi in Commissione, poi in generale dalla Lega in Aula, non mette un freno all’operazione di rassemblement con Forza Italia avviata dal Cavaliere?

Sembrava cosa fatta, ma adesso già se ne parla con minore convinzione. Berlusconi sta facendo il possibile per salvare la sua creatura e gli interessi di famiglia ad essa legati. Ma ricordiamo che nei giorni in cui indicava Salvini come federatore dei nuovi moderati, ha anche chiesto a Malagò di prendere in mano Forza Italia (mi chiedo a proposito come debba sentirsi Antonio Tajani, sorpassato come possibile delfino). Insomma, è il suo solito modo di procedere a vista, promettendo tutto a tanti senza mai dare niente a nessuno. La mia idea è che, indipendentemente da quel che vorrà fare Berlusconi, Salvini avrebbe tutto l’interesse a provare a costruire quel “partito conservatore di massa” che è l’unica possibile evoluzione della Lega in una chiave nazionale e post-populista (visto che il populismo non porta da nessun parte, certo non al governo, semmai a ottenere molti consensi in poco tempo salvo poi perderli in un tempo altrettanto breve).

In questo quadro, quale sarà l’atteggiamento del Movimento 5 Stelle?

E’ davvero troppo presto per dire quale realmente sia e possa essere l’impatto della nuova leadership di Conte. Per il modo con cui è nata (per cooptazione dall’alto travestita da referendum popolare) mi appare oltremodo anomala e dunque per definizione fragile. Un po’ la stessa cosa che può dirsi per Letta: non si diventa capo partito per chiamata diretta da parte di un gruppo di oligarchi che non sanno che pesci prendere. Quando si arriva al vertice di un’organizzazione politica con simile modalità, si ha in partenza una legittimità effimera: alla prima difficoltà si rischia di venire scalzati. Il vero problema del M5S è che rischiano di morire per eccesso di normalizzazione. Nati per scardinare il sistema, rischiano di diventarne un puntello nel nome del pragmatismo e dello spirito di sopravvivenza.

Di tutte le bandiere pregresse del movimento, con questo governo resta solo il reddito di cittadinanza, che presto peraltro dovrà essere riformato visto come ha mal funzionato sinora. Anche la scommessa legata alla transizione ecologica è andata male: s’è puntato su Cingolani ministro come se fosse un proprio uomo salvo dover prendere atto delle sue aperture al nucleare. Di sicuro con Conte è finito il grillismo rivoluzionario e d’assalto: orizzontale e anti-gerarchico sul piano dell’organizzazione interna, avveniristico in tema di nuove tecnologie, votato all’autogoverno dal basso, ecc. Resta il grillismo come partito del risentimento sociale guidato da un post-democristiano. Cosa possa nascere da questa miscela davvero non riesco a immaginarlo.

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