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“Incolpare la Nato e gli Stati Uniti per il fallimento dell’Occidente in Afghanistan non aiuterà l’Europa a stabilire una politica di sicurezza e difesa credibile”. È la lettura realista di Judy Dempsey, irlandese, non-resident senior fellow di Carnegie Europe, direttrice di Strategic Europe ed esperta delle dinamiche di sicurezza che legano le due sponde dell’Atlantico, spesso formulatrice di domande scomode ad altri esperti (qui chiedeva del ritiro Usa) e questa volta intervenuta in prima persona sul dibattito della settimana: la Difesa europea.

Dempsey parte dalla convinzione diffusa nel Vecchio continente che il processo d’integrazione si alimenti delle crisi che affronta, e che possa ora trarre nuova linfa dall’epilogo drammatico della crisi in Afghanistan. Cita dunque le dichiarazioni di Josep Borrell a margine della riunione informale dei ministri della Difesa dell’Ue della scorsa settimana a Lubiana, nonché la proposta per istituire dei battlegroup di 5mila unità che, secondo l’Alto rappresentante “avrebbero consentito di attuare un perimetro di sicurezza per l’evacuazione da Kabul”. Dempsey ricorda però che le difficoltà dell’Europa nel campo della difesa comune non sono solo tecniche (di strumento), ma soprattutto politiche (di obiettivi comuni): “Capacità deboli, duplicazioni, potere di lobby delle industrie della difesa e la principale mancanza di fiducia e divisioni tra gli Stati membri quando si tratta di definire le ambizioni e le minacce alla sicurezza”.

L’esperta ripercorre dunque la storia. Nel 1998, dopo la guerra in Kosovo, i Paesi europei definirono gli obiettivi principali per una difesa integrata, con una proposta di una forza congiunta di 60mila militari. Poi, nel 2003 gli obiettivi sono stati ridimensionati e poi, nel 2007, sono stati introdotti due battlegroup, mai però utilizzati. Anche negli ultimi anni, nonostante le turbolenze mediorientali, nord-africane e saheliane, “i leader dell’Ue sono stati collettivamente riluttanti e incapaci di integrare il peso economico del blocco con la forza militare”, chiosa Dempsey.

Non sono mancati i tentativi, spiega comunque l’esperta. “Quando l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha criticato aspramente la Nato e l’ha definita obsoleta, gli europei hanno cercato rifugio nel linguaggio vago dell’autonomia strategica”. La realtà, sentenzia Dempsey, “è che gli europei hanno solo se stessi, non la Nato gli Stati Uniti, da biasimare”.

La lettura è estremamente pragmatica: “Senza gli Stati Uniti, la Nato è un pigmeo strategico; con l’eccezione della Francia, ora che la Gran Bretagna ha lasciato il blocco, l’Ue manca di lungimiranza strategica; non può difendersi; gli Stati Uniti sono il garante della sicurezza degli europei, che a loro piaccia o meno”. Eppure, ammette Dempsey, se il blocco europeo nella Nato fosse “più coerente, più motivato politicamente e più aperto nelle sue relazioni con gli Stati Uniti, potrebbe essere vantaggioso per l’Alleanza, per l’Ue e per il suo vicinato”.

L’occasione è offerta ora del processo di riflessione strategica dell’Alleanza (#Nato2030) e dallo sviluppo per l’Ue del suo Strategic compass. Incrociando le due iniziative si possono superare i problemi di comunicazione: “L’Ue è ossessionata dal concetto confuso di gestione delle crisi e dalla convinzione che una buona dose di soft power sia la panacea per tutti i problemi”. Al contrario “la Nato è ancorata all’hard power”.

La conclusione di Dempsey è un suggerimento al Vecchio continente e all’Alleanza: “L’amministrazione Biden vuole che gli europei si assumano maggiori responsabilità per la loro difesa; Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, dovrebbe abbracciare questa idea invece di credere che sarebbe una sfida diretta all’Alleanza”. Dunque, “se questo significa, come suggerito dalla ministra della Difesa tedesca Annegret Kamp-Karrenbauer, che l’Europa stabilisca coalizioni di volontà, perché no, a condizione che i costi siano condivisi”.

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