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Non si ferma la corsa al risparmio degli italiani. Secondo, infatti, l’ultimo Rapporto della Fabi, il sindacato autonomo dei bancari italiani, i depositi ed i conti correnti presso il sistema bancario italiano dal maggio 2020 al maggio 2021 sono aumentati di altri 60 miliardi di euro, raggiungendo la ragguardevole cifra di 1.1130 miliardi.

La pandemia sembra aver accelerato la raccolta come confermano i dati relativi a luglio diffusi da tre delle società del settore. Nel mese di luglio scorso si sono infatti registrati flussi netti in entrata pari a 1,6 miliardi di euro per Azimut e 695 milioni per Banca Generali, mentre Anima ha superato i 200 miliardi di masse gestite con a una raccolta mensile di 462 milioni. Fineco nel presentare la sua semestrale ha parlato di una raccolta di luglio che si aggira sui 900 milioni, Banca Mediolanum ha registrato 47 miliardi in più nei primi sei mesi dell’anno in corso. Le cinque società quotate italiane dunque nella prima metà del 2021 hanno raggiunto 27 miliardi.

Il problema ora è come utilizzare la liquidità di questi risparmiatori italiani, tradizionalmente prudenti e in più spaventati dall’emergenza Covid.

Smobilizzare questi quasi 1.800 miliardi che giacciono improduttivi nei depositi delle famiglie e delle imprese italiane indubbiamente è impresa molto difficile. Eppure questa massa di denaro che costituisce un cuscinetto di liquidità per famiglie e imprese serve necessariamente per far ripartire l’economia, che è ferma per consumi mancati, investimenti ridotti e costi per banche e clienti. Per quanto riguarda questi ultimi infatti gli istituti creditizi depositano la liquidità in eccesso presso la Bce al tasso di 0,50% e questo extra-costo si riversa sui clienti, aumentando cosi anche i costi dei conti correnti. (Unicredit, per esempio, modificherà a breve le spese dei conti correnti).

Tutto questo patrimonio dovrebbe rappresentare il carburante per la ripartenza del Paese. In questa fase di mercato è difficile convincere però le famiglie italiane, molto prudenti a investire i miliardi che giacciono improduttivi sui conti correnti ed il cui potere di acquisto si assottiglia sempre più, per spese, costi, imposte e inflazione. Per questo anche il presidente della Consob, Paolo Savona, nel suo annuale discorso aveva sottolineato la necessità di mettere a reddito questa gran massa di risparmio delle famiglie, anche solo prevedendo una remunerazione maggiore di un punto. Questa modesta percentuale porterebbe 30 miliardi di euro da investire in più, quasi il 2% del PIL nazionale, non ritenendo Savona sufficiente il Recovery Fund per contribuire alla rinascita del Paese. Per questo ha suggerito al Governo Draghi di incentivare in qualche modo anche fiscalmente l’impiego del risparmio degli italiani.

Bisognerà perciò innanzitutto riconquistare la fiducia delle famiglie italiane diventate ancora più prudenti anche a causa delle frequenti fregature subite nei diversi casi di risparmio tradito. Inoltre, oltre che prevedere maggiori rendimenti, come si diceva, bisognerà anche aggiungere la garanzia di non perdere il capitale investito.

La riforma fiscale, che è alll’orizzonte e che è in via di definizione potrebbe essere un’occasione favorevole per rivedere, ad esempio, la tassazione che oggi colpisce le rendite finanziarie. “Ci sono le premesse di liquidità che andrebbero incentivate con misure fiscali che incoraggino gli investimenti”, aveva chiesto il presidente dell’Abi: “Si può agire sulla leva fiscale, che è di competenza nazionale. Gli investimenti del Recovery Fund non basteranno – dichiarò Antonio Patuelli in sintonia con Savona -. Quindi vanno messi in moto circuiti virtuosi di investimento per mobilitare questi 1.700 miliardi di euro di liquidità totale depositata”.

Una ricetta che, per il presidente dell’Abi, può valere anche per aiutare le imprese che “hanno necessità di essere capitalizzate e per questo va rafforzata l’Ace, cioè l’incentivo alla capitolizzazione. La scarsità di capitale delle imprese frena la loro crescita dimensionale. Anche qui possiamo mettere in campo politiche di carattere nazionale, di tipo fiscale, incoraggiando anche i cassettisti a fare investimenti in settori produttivi e oltre ai titoli di Stato”.

Va perciò innanzitutto ridata fiducia ai nostri risparmiatori ed in pratica va messo in moto quel circolo virtuoso che parte dalla concezione etica del risparmio, ricordando che in Italia la difesa del risparmio è sancita dalla nostra Costituzione, che nell’art. 47 recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina e controlla l’esercizio del credito”. Il risparmio, frutto del lavoro e di una autolimitazione nei consumi, è una virtù ed un valore sociale e va valutato, quale “ricchezza della Nazione” e quale “ricchezza dell’Europa”. Esso è in primo luogo una virtù, perché è una forma di responsabile previdenza, di cui la persona, o la famiglia, si fa carico facendo sacrifici ed evitando le sirene del consumismo e le spese voluttuarie; ed è un valore perché è sudato “lavoro del passato”, che mutandosi in credito e capitale d’investimento e combinandosi di nuovo col lavoro del presente e del futuro, è il fattore imprescindibile dell’ulteriore sviluppo economico e del benessere della comunità.

E cosi si arriva a quella ripresa che non può partire che attivando quel circolo virtuoso di cui si parlava: il lavoro crea risparmio, il risparmio si trasforma in credito e questo in investimenti nell’economia reale.

La ripresa può ripartire dai risparmi, ma serve fiducia

Smobilizzare i quasi 1.800 miliardi che giacciono improduttivi nei depositi delle famiglie e delle imprese italiane indubbiamente è impresa molto difficile. Eppure questa massa di denaro che costituisce un cuscinetto di liquidità per famiglie e imprese serve necessariamente per far ripartire l’economia

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