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Il tramonto dell’era di Angela Merkel si apre con diversi punti interrogativi. Il leader dei socialdemocratici Olaf Scholz ha avuto la meglio sull’avversario conservatore di Cdu e Csu Laschet. Gli scenari che si aprono in questo momento, in ottica di formare una coalizione a tre, sono diversi. Abbiamo cercato di comprenderli al meglio nel live talk organizzato da Formiche.net – moderato dal direttore Giorgio Rutelli – coinvolgendo la corrispondente di Repubblica da Berlino Tonia Mastrobuoni e il direttore del dipartimento di Scienze Politiche all’Università Luiss Sergio Fabbrini.

“In questo momento la situazione è molto calda – così Mastrobuoni – e la Cdu deve far i conti con il peggior risultato della storia. Tuttavia, Laschet non ha intenzione di fare un passo indietro come invece è stato caldeggiato da diversi esponenti del partito. La fronda inizia a montare. Anche perché, soprattutto a Est, “i membri della Cdu sono corroborati nella convinzione che sarebbe stato meglio candidare il governatore della Baviera Soeder”. Che, da par suo, “cova il desiderio di diventare cancelliere alla prossima tornata elettorale, e per farlo il suo partito deve stare fermo un turno”.

Ma le forze che comporranno la coalizione quali saranno? “La soluzione per stare a galla per la Cdu – prosegue la giornalista di Repubblica – sarebbe quella di allearsi con i verdi e con i liberali per formare la coalizione ‘Giamaica’”. Tuttavia l’ipotesi più plausibile è di segno opposto. Scholz, Verdi e liberali. Il dato che emerge lampante, al di fuori delle alleanze prospettiche ancora in fase di definizione, è che “entrambi i candidati sono usciti da queste elezioni molto indeboliti, con percentuali al di sotto del 30% in entrambi i casi”. I veri king maker saranno i ‘fratelli minori’: verdi e liberali. Una riedizione della Grande Coalizione, pur possibile in base al risultato di domenica, non è quello che vogliono i tedeschi. “Il 66% – osserva – ha dichiarato di volere il cambiamento”. Tradotto: Scholz ha la strada spianata.

Il ritratto che Mastrobuoni tratteggia di Merkel nel suo ultimo libro ‘L’inattesa’ (Mondadori) ha anche tinte non esattamente lusinghiere. Specie in ordine alle scelte di politica economica. “Il ministero delle finanze rimane conteso. Il liberale Lindner lo ha prenotato per sé ma anche lui rimane legato a una visione filosofica dell’economia e del rigore. Come molti tedeschi, dimentica il vantaggio che la Germania ha ottenuto dall’adozione dell’euro. D’altro canto, Scholz ha spiegato a chiare lettere che i quattrocento miliardi di debito contratti dallo stato durante la pandemia dovranno essere riassorbiti dalla crescita”. E non di certo con politiche di austerity.

Il voto tedesco, nel bene e nel male, condizionerà tutti i paesi dell’Eurozona. Perché “la Germania condiziona, sempre, le vicende europee”. “E’ un grande Paese – dice Fabbrini – che tende a comportarsi come un piccolo paese. Per lo più sconta il fatto di non aver sviluppato una visione strategica di se stessa”. Facendo prevalere “una visone mercantilista”. In questo, a detta del direttore del professore di Scienza politica, “Merkel ha dato la sua copertura a una visione che predilige i commerci, considerandoli come presidio di tutela di democrazia e ai diritti”.

Politicamente, lo scenario che emerge a seguito di queste elezioni “è paradigmatico della crisi del centro”. E, più in generale, “delle infrastrutture politiche che hanno caratterizzato la scena dal secondo dopo guerra a oggi”. Questo aspetto lo si deduce da un’analisi delle preferenze. “La Cdu e l’Spd sono stati votati per lo più da elettori over 50 – così Fabbrini – mentre i giovani hanno convogliato il loro gradimento sui liberali e ancor più sui verdi”.

L’Europa dopo questo voto ne esce più indebolita? “Diciamo che dal punto di vista sistemico – analizza il docente – gli altri paesi hanno sempre vissuto il rapporto con la Germania con una forma di svantaggio percependola come vincolo esterno: quello che decide il Bundestag condiziona le scelte di Bruxelles e a cascata dei parlamenti degli altri stati membri. Per l’Italia in primis, sarebbe il caso di uscire da questo loop e porre ai tavoli europei problemi dirimenti. In qualche modo esercitando un vincolo sul dibattito tedesco”.

Anche la valutazione sulla politica estera tedesca che consegna Fabbrini non è esaltante. “La Germania ha spinto il rapporto con la Cina laddove non era opportuno farlo – chiosa il docente – . Non ha accompagnato l’espansione verso il mercato cinese con alcune posizioni nette (penso a quello che potrebbe succedere con Taiwan). E pur avendo condannato l’invasione della Crimea, ha sempre fatto affari con la Russia, da ultimo con il gasdotto Nord Stream 2”. In Polonia “Merkel ha giustificato l’involuzione autocratica in nome del mercato e per favorire la filiera automobilistica”. Insomma, la lunga era di Angela Merkel si chiude con tante indiscutibili luci. Ma con qualche innegabile punto oscuro.

Cosa faranno Scholz e Laschet? Lo stallo tedesco letto da Mastrobuoni e Fabbrini

Il live talk con Tonia Mastrobuoni e Sergio Fabbrini. La soluzione per stare a galla per la Cdu sarebbe quella di allearsi con i verdi e con i liberali per formare la coalizione “Giamaica”. Tuttavia l’ipotesi più plausibile è il “Semaforo” guidato da Scholz. Entrambi i partiti sono usciti da queste elezioni indeboliti, e anche quando finirà lo stallo sul governo, la Germania non sembra pronta a riprendere le redini dell’Europa

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