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L’Iraq continua a spingere il ruolo da punto di contatto tra le varie eterogeneità mediorientali che il premier Mustafa al Khadimi e il presidente Barhem Saleh intendono dare al Paese, e incassa il successo diplomatico della conferenza internazionale organizzata a Baghdad. Giorni di incontri e dialogo tra i vari mondi della regione.

Il Golfo con le sue diversità, la nuova/vecchia Repubblica islamica della presidenza Raisi, la Turchia. Paesi e dossier che giocano ruolo da attori primari nel Mediterraneo allargato, interesse strategico per l’Italia che tra l’altro nei primi mesi del 2022 assumerà un ruolo centrale nel territorio iracheno, prendendo il comando della missione Nato nel paese. Uno sforzo che si orienterà sulla tutela del quadro securitario, muovendosi in mezzo agli equilibri (precari) dell’area e promettendosi oltre il fattore sicurezza, toccando il contesto politico, sociale, economico e geopolitico.

Il vicepresidente degli Emirati Arabi Uniti e governatore di Dubai, lo sceicco Mohammed bin Rashid al-Maktoum, ha dichiarato di aver incontrato sabato il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amirabdollahian, a margine del vertice. Emirati e Iran hanno portato avanti contatti più o meno informali negli ultimi anni in mezzo allo scontro regionale sfociato nei sabotaggi lungo lo Stretto di Hormuz (dove l’Italia da quest’anno partecipa alla missione di sicurezza “Emasoh”) e nelle guerre ibride per procura in alcuni tratti dell’area.

Qualcosa potrebbe cambiare nella pragmatica gestione di una stabilità resa necessaria sia dagli effetti nefasti prodotti dalla pandemia, che da un effetto prodotto dall’arrivo alla Casa Bianca del democratico Joe Biden, il quale sta dimostrando come per Washington l’area Mediterraneo-Golfo-Corno d’Africa debba essere sottoposta a un generale bilanciamento ed equilibrio gestito dagli attori interessanti. È in questo che Khadimi sta cercando di costruirsi un ruolo di mediatore tra il complesso mondo sunnita e quello sciita centrato sull’Iran e sulle sue proiezioni regionali.

In questi l’Iraq ha esperienza, interesse e coinvolgimento. Il paese è sospeso tra arabi sciiti e sunniti e curdi, ma anche in mezzo alle influenze dall’Iran, dai Paesi del Golfo e dagli Stati Uniti. Condizione che Khadimi intende sfruttare come vantaggio nel flusso dialogante — o almeno nei tentativi di dialogo — intra-regionale, che si porta dietro riflessi su quell’areale più vasto del Medio Oriente, come dimostra l’evolversi di crisi come quella in Libia o in Etiopia, o la gestione dei Talebani in Afghanistan.

Lo sforzo di Khadimi verso cooperazione e partnership regionali — che Baghdad intende anche come interesse diretto, perché guadagnerebbe dalla stabilità — è sponsorizzato da attori esterni come Stati Uniti e Francia. Emmanuel Macron, tra i leader presenti e unico capo di Stato occidentale, ha assicurato sostegno diplomatico all’Iraq, perché trova nell’iniziativa irachena un’ulteriore proiettore nell’obiettivo di costruire attorno alla Francia una posizione di potenza alternativa al dualismo sino-americano anche nel Mediterraneo Allargato.

Parigi sta giocando un ruolo dialogante sui tentativi di ricomposizione dell’accordo nucleare con l’Iran, dopo aver occupato la posizione più scettica tra i membri del sistema negoziale “5+1” negli anni in cui veniva costruita l’intesa e doveva farsi garante di interessi emiratini e sauditi. Ora cerca un bilanciamento nel dossier per portare al dialogo Riad e Tehran.

Il climax c’è. L’iraniano Amirabdollahian prima degli incontri con il vicepresidente emiratino aveva partecipato a riunioni insieme al capo della diplomazia saudita, Faisal bin Farhan. Evento unico. A cui per altro hanno partecipato in via diretta e indiretta anche il re di Giordania, Abdallah II, l’emiro del Qatar Tamīm bin Ḥamad Āl Thānī, il generale/presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi, i capi del governo emiratino e kuawaitiano e i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Iran, Turchia.

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