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Nessuno sa, oggi, se il Piano Trump per Gaza produrrà i frutti auspicati nelle intenzioni. Ma intanto in quelle pagine si possono scorgere una serie di indirizzi precisi che sono circolati già nelle scorse settimane e in modo particolare nei giorni scorsi in occasione dell’assemblea generale dell’Onu, quando il discorso di Giorgia Meloni ha messo a fuoco dei punti fissi pragmatici e non ideologici. La propositiva azione diplomatica posta in essere da Roma tra gli attori in causa, quindi Trump, Netanyahu e i players del Golfo, dimostra che il seme del dialogo costante e di merito è una linea vincente.

Il piano Trump

Punto di partenza del ragionamento trumpiano è un quadrilatero di azioni da attuare simultaneamente: cessate il fuoco immediato, scambio di ostaggi detenuti da Hamas con prigionieri palestinesi detenuti da Israele, ritiro israeliano graduale da Gaza e disarmo di Hamas. La Striscia verrà governata temporaneamente “da un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile di garantire la gestione quotidiana dei servizi pubblici e dei comuni per la popolazione di Gaza, posto sotto la supervisione e il controllo di un nuovo organismo internazionale di transizione, il ‘Comitato per la pace’, che sarà guidato e presieduto dal presidente Donald Trump”. Ne sarà membro anche l’ex primo ministro britannico Tony Blair, altra figura che ha dialogato con il premier italiano in questa fase.

Inoltre il piano intende “ricostruire e rivitalizzare Gaza” tramite un gruppo di esperti che hanno contribuito alla nascita di “alcune delle fiorenti città moderne del Medio Oriente”. Verrà creata una zona economica speciale dotata di tariffe di accesso preferenziali. I quasi due milioni di residenti di Gaza che sono stati sfollati a causa della guerra non verranno cacciati in alcun modo.

Al contempo Hamas, dopo quasi 30 anni di permanenza nella Striscia, sarà esclusa dal governo di Gaza, mentre i suoi adepti dovranno accettare la “coesistenza pacifica” con Israele. Infine l’ Autorità Palestinese potrà “riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace”. Pollice in su dall’Autorità Nazionale Palestinese (che accoglie con favore gli “sforzi determinati” del presidente americano) e da otto paesi arabi e musulmani.

Il punto di vista italiano

Nel piano molteplici sono i punti che sono stati ascoltati in varie occasioni nei ragionamenti di Meloni, da ultimo il suo discorso all’Onu. Secondo Palazzo Chigi la fine delle ostilità è “fondamentale anche per poter affrontare la terribile crisi umanitaria che colpisce la popolazione civile della Striscia e che rappresenta una tragedia assolutamente ingiustificabile e inaccettabile”.

Il governo giudica il piano americano “una svolta in questo processo, permettendo di giungere ad una cessazione permanente delle ostilità, al rilascio immediato di tutti gli ostaggi e ad un accesso umanitario pieno e sicuro per la popolazione civile”. Nello specifico l’Italia lo accoglie “con favore” perché presenta un ambizioso progetto di stabilizzazione, ricostruzione e sviluppo della Striscia di Gaza, con il pieno coinvolgimento dei partner regionali. Alla luce di tali premesse l’Italia “è pronta a fare la sua parte”, in stretto coordinamento con gli Stati Uniti, i partner europei e della Regione, e ringrazia il presidente Trump per il lavoro di mediazione e i suoi sforzi per portare la pace in Medio Oriente, si legge in una nota del governo.

Ma non è tutto, perché oltre alla condivisione delle linee guida, Chigi sottolinea un aspetto di prospettiva, quando dice che l’Italia esorta tutte le parti a cogliere questa opportunità e ad accettare il Piano, confermando che il nostro Paese sosterrà gli sforzi di Washington per la ripresa di un dialogo tra Israele e i palestinesi per concordare un orizzonte politico verso una pacifica e prospera coesistenza. “Una pace giusta e duratura è possibile in Medio Oriente, con uno Stato di Israele e uno Stato palestinese che vivono fianco a fianco in pace e sicurezza, e con la piena normalizzazione di Israele con le Nazioni arabe e islamiche”.

La prospettiva

Il coinvolgimento di due attori primari come i Paesi del Golfo e il ruolo incarnato da Blair potrebbe rivelarsi un jolly vincente. Non a caso il governo di Roma dialoga con entrambi da tempo, sia per allargare sistematicamente il proprio raggio di azione sia per essere ben presente nei tavoli che contano. Certamente ci saranno la limare dettagli e sfumature, come quella sull’Anp che Netanyahu vorrebbe “trasformata prima di avere un ruolo”, al pari delle reazioni di Hamas. Ma il solo fatto di aver provato fattivamente ad ottenere il favore del golfo rappresenta una mossa tattica azzeccata: infatti i primi ministri arabi e musulmani affermano di accogliere con favore gli “sincera sforzi” di Trump e di essere fiduciosi nella sua capacità di “trovare una via per la pace” nella regione.

Piano Trump per Gaza, il filo italiano e la prospettiva nel Golfo

Il coinvolgimento di due attori primari come i Paesi del Golfo e il ruolo incarnato da Blair potrebbe rivelarsi un jolly vincente. Non a caso il governo di Roma dialoga con entrambi da tempo, sia per allargare sistematicamente il proprio raggio di azione sia per essere ben presente nei tavoli che contano

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