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“La Russia – diceva Winston Churchill – è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma”. Che cosa è cambiato da allora? Poco. Anzi forse, negli ultimi tempi, la situazione è decisamente peggiorata. Non si spiegherebbe altrimenti la politica espansionistica di Vladimir Putin: l’invasione dell’Ucraina, dopo i fatti della Georgia del 2008, e l’annessione della Crimea sei anni dopo. Che senso aveva aggiungere piccole frazioni a un territorio immenso come quello della Federazione Russa, che è il più esteso Paese del mondo, per giunta con una densità minima di abitanti per kmq?

Nel vecchio imperialismo italiano, c’era almeno la giustificazione della “conquista di uno spazio vitale”. Nel caso della Russia moderna, invece, la ricerca principale dovrebbe essere l’opposto: quella del ripopolamento. E invece decremento demografico unito al numero dei morti di tre anni di guerra mostrano l’esatto contrario. C’è quindi qualcosa di profondamente illogico nelle scelte del Cremlino. Ne vale il riferimento alla vecchia Unione Sovietica. Almeno allora c’era una giustificazione tutta sovrastrutturale: rappresentata dal presunto obiettivo della liberazione proletaria.

Oggi non c’è nemmeno questo, ma la semplice riproposizione di una posizione neo-imperialista, che affonda le sue radici nelle notti dell’epoca zarista. Una posizione anti storica, ma non per questo meno pericolosa. Come dimostrano le continue provocazioni contro l’Europa: atti che vanno dagli attacchi cibernetici, alle interferenze sulla situazione politica; dalle invasioni dello spazio aereo di molti Paesi europei, alle manovre militari dai nomi provocatori come quella di Zapad-2025 (Ovest 2025), fino al sommergibile con capacità nucleare, in avaria: nei pressi di Gibilterra.

Ed ecco allora l’attualità di quella definizione, che pure appartiene a un’epoca passata. Che cosa ha in mente Putin? Quali sono i suoi reali obiettivi? Domanda da un milione di dollari: alla quale, tuttavia, si può tentare di dare una prima risposta. Nel mondo bipolare degli anni ‘90, il peso degli Stati Uniti e dell’ex Russia sovietica (ancora all’indomani del crollo del muro di Berlino) era debordante. Insieme rappresentavano il 25% del Pil mondiale: ovviamente con un’assoluta prevalenza di Washington (20%) contro Mosca. A distanza di anni (2024) il loro peso specifico si è ridotto del 25% nel primo caso e del 28% del secondo. A tutto vantaggio degli outsider: la Cina in primo luogo.

Un simile convergente declino può contribuire a spiegare una certa convergenza di interessi, nel rapporto tra Donald Trump e lo stesso Putin. Ma anche le differenze che si registrano sul campo. Trump sta tentando di tutto per rendere l’America ancora grande (Maga), agendo soprattutto sulla tecnologia (Intelligenza Artificiale) e il re-shoring (riportare in patria la produzione di beni). Per questo ha bisogno di soldi, in un momento in cui le finanze pubbliche sono allo stremo (debito e deficit pubblico in forte crescita). Si spiega così la politica dei dazi e del rifiuto di continuare a finanziare le spese Nato o la difesa dell’Ucraina.

Putin non ha questa possibilità. Le arretratezze tecnologiche delle sue industrie – escluse forse quelle degli armamenti – è tale da non consentire il salto che sarebbe necessario per competere lungo la frontiera dei computer quantistici o dei chips indispensabili per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. La sua stessa industria bellica, al quale lo Stato destina circa il 40% della spesa pubblica, è di tipo convenzionale. I droni, ad esempio, sono genere d’importazione, non avendo Mosca le necessarie conoscenze – salvo che in campo missilistico – per una produzione domestica.

A distanza di anni, infatti, la Russia rimane soprattutto il Paese della rendita, produttore di materie prime (carbone, gas e petrolio) che, prima delle sanzioni, esportava in tutto il mondo. Da questo punto di vista la sua struttura è molto più vicina a quella degli ex Paesi sottosviluppati, che non al resto del mondo. Dal quale riceveva i beni necessari alla sua crescita complessiva sia sotto forma di importazioni, che di produzione in loco, ma prevalentemente sotto un’altrui bandiera. Processo che l’invasione dell’Ucraina ha se non interrotto, almeno fortemente ridimensionato. Il che spiega il salto indietro della sua tecnologia del civile.

Questi elementi di fondo contribuiscono a spiegare l’avventurismo della politica estera di Putin. Se il Mondo ritrovasse la pace, la Russia, come grande potenza in grado di competere con gli Stati Uniti, com’era avvenuto nei precedenti 40 anni di storia (1948/1989), non avrebbe futuro. Sarebbe spazzata via dall’inquietante presenza della Cina, che comunque preme ai suoi confini (oltre 4.000 km), ed è dirimpettaia di una terra – la Siberia – ricca di ogni ben di Dio, che ha una densità di abitanti pari a 2 persone per kmq. Quando i cinesi hanno una popolazione di 1,4 miliardi di persone, quasi 10 volte quella russa (143 milioni) e un’estensione territoriale che è della metà.

Sono ragioni queste che possono contribuire a spiegare il mistero? Se non tutto, almeno in parte. Danno, se non altro, una spiegazione logica alla voglia di ricostituire un vecchio impero. Che non è solo figlia di una soverchiante megalomania, ma della consapevolezza che il tempo lavora contro il Cremlino. Chiuso in Oriente, a causa della straripante forza della Cina – forza al tempo stesso militare, economica e finanziaria – alla Russia non resta altro che tentare di destrutturare l’Europa. Per poter espandere la sua influenza in Occidente. E può farlo in tanti modi: con le provocazioni d’ogni tipo, oppure utilizzando le quinte colonne – vedi Orban o Fico – che lavorano ai fianchi dell’Ue, per impedirle ogni possibile reazione.

Cosa c'è dietro l’avventurismo della politica estera di Putin. Scrive Polillo

Se il Mondo ritrovasse la pace, la Russia, come grande potenza in grado di competere con gli Stati Uniti, com’era avvenuto nei precedenti 40 anni di storia (1948/1989), non avrebbe futuro. Sarebbe spazzata via dall’inquietante presenza della Cina, che comunque preme ai suoi confini. L’analisi di Gianfranco Polillo

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