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La premessa d’obbligo è che i due autori di questo breve articolo si sono vaccinati fin dagli albori della relativa campagna. Senza saltare alcuna fila, raccogliendo la possibilità loro offerta dal proprio datore di lavoro (l’Università di Urbino). Peraltro, quando il vaccino era percepito come un privilegio e i docenti vennero accusati di “prendere” il vaccino a categorie più bisognose; e furono anche invitati da alcuni opinionisti dell’epoca a rinunciarvi motu proprio. Seguì poi il ritiro del lotto del vaccino appena inoculatoci e ancora, subito dopo avere preso la seconda dose, la decisione di vietare alla nostra fascia d’età quel tipo di vaccino di cui avevamo appena completato il ciclo.

Al netto di questa oggettiva confusione che ha contribuito ad alimentare la paura, non è all’opinione personale dello storico o del giurista di turno che ci si deve affidare per affrontare una pandemia globale, quanto a un dibattito scientifico il più libero possibile. E poi attenersi alle indicazioni della ricerca medica.

Piuttosto fa parte del lavoro dello storico e del giurista, ancorché vaccinati, restare perplessi davanti agli evidenti interessi paralleli che stanno montando sulle politiche di contrasto al Covid (non solo vaccinali) e ancor più alla reticenza a parlarne nel dettaglio.

Ogni volta che si vuole anche solo inquadrare la questione, la palla viene calciata in tribuna, rimandando il tutto alla brutale polarizzazione iniziale, tra pro e no-vax. L’impressione, difficile da negare, è che nella scia dell’evoluzione della sacrosanta lotta al Covid si siano aggregate posizioni e strategie mosse da calcoli di opportunità che, dietro a una retorica di circostanza (stucchevole perché strumentale), perseguono propri obiettivi specifici razionali. Come, ad esempio, rafforzarsi politicamente come individui e/o istituzioni o, più concretamente, vendere i propri monopattini.

Similmente a Telethon dove sotto la giusta causa di una raccolta di fondi solidale vengono rispolverati dalla naftalina personaggi televisivi altrimenti in disuso, il messaggio di lotta al Covid è diventato (tentativo di) rilancio per élites politiche in crisi di legittimità.

Se è vero che un messaggio no-vax in bocca a un filosofo ha problemi di credibilità, lo stesso vale per quello pro-vax da parte di un ministro (o ex-ministro) non laureato che di questioni mediche sa quanto, se non meno, del filosofo stesso. Per quanto siamo ovviamente sensibili alle vicende italiane questo fenomeno di “trasposizione dei fini” nella lotta al virus è internazionale e ha coinvolto trasversalmente molti Paesi.

È stato più visibile là dove le istituzioni ed i loro rappresentanti già in epoca pre-pandemica versavano in condizioni critiche e le corporazioni riuscivano a fare prevalere il lobbismo di categoria sul generico “bene generale”. Sul versante economico, senza cadere nel cospirazionismo contro le Big-Pharma, ancora oggi è senza risposta il perché in Europa si sia con tanta convinzione e senza alcun dibattito virato su quello che definimmo Vaccino Economico Occidentale.

Come non convincono le motivazioni di ordine medico contro il Vaccino Geo-politico Orientale (soprattutto quello russo) che ovviamente persegue altri tipi di obiettivi politici ma ha uguale efficacia (San Marino docet) e un prezzo molto minore dello Pfizer. E ancora, persistono i dubbi che la demonizzazione del vaccino Astrazeneca (usato dai sottoscritti) sia stata mossa da motivi geopolitici anti-Brexit – con evidente ricaduta economica a vantaggio guarda caso del costoso vaccino di matrice tedesca.

La storia ci dice che nel passato nei momenti giuridicamente definiti di “emergenza” e di “guerra” (termini abusati nell’era Covid), lo Stato-Nazione non ha esitato a nazionalizzare imprese private e riconvertirle l’occasione alla copertura dei bisogni immediati in nome del superiore interesse nazionale.

Nulla di questo è avvenuto nell’ Occidente pandemico ed in particolare in Europa ostaggio delle Big-Pharma, nonostante sia proprio qui che per primi sono stati resi pubblici e accessibili i principali servizi che riguardano la collettività. Inclusa la Sanità.

Sembra anzi che il Covid sia diventato occasione di intesa non esplicitata tra le forze politiche sul fatto che essa debba diventare a pagamento secondo un modello statunitense che da tempo prova a farsi strada anche nel Vecchio Continente.

Considerata l’unica cura per i costi di sistemi sanitari nazionali oramai insostenibili perchè concepiti in altre epoche legate a concezioni politiche trascorse, in realtà è un escamotage per spostare i costi della malattia direttamente sui cittadini.

Letta da questa prospettiva, assumono un significato diverso gli appelli anche da rappresentanti di rilievo come l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato, a fare pagare le proprie cure ai no-vax che finiscono in ospedale.

Su una simile lunghezza d’onda si colloca il piano di Legacoop per l’assistenza domiciliare, sul quale nell’autunno dello scorso anno si sono tenuti numerosi dibattiti e presentazioni. Oppure ancora, l’intesa Stato-Regioni per le cure domiciliari del Covid, finanziato con 4 miliardi del Pnrr. Che prevede l’individuazione di criteri di accreditamento per cooperative ed enti privati cui appaltare la gestione domiciliare dei pazienti Covid.

Stabilendo che il paziente potrà scegliere dove farsi curare, di fatto viene accreditato il privato per le cure domiciliari e si aprono le porte al protagonismo delle assicurazioni private. Benché sia una soluzione implausibile sotto il profilo giuridico (anche se lo stato di eccezione permanente ci sta abituando a un’ipnotica lassità del diritto) il solo parlare di addebitare le spese ai no-vax ricoverati è utile per iniziare a cambiare la mentalità collettiva. E aprire la via all’idea della sanità a pagamento.

Il principio base dell’universalità di cura del Sistema Sanitario Nazionale, con tutte le sue implicazioni, rischia dunque di essere un’altra vittima eccellente nel fuoco incrociato dello scontro tra pro e no-vax. Il trabordante peso dell’economia presente nel Vaccino Economico Occidentale di fatto si sta dimostrando funzionale nel promuovere un approccio al problema che privilegi la finanza.
E che renda ingiusto ciò che nell’immediato non è conveniente.

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Perché il principio base dell’universalità di cura del Sistema Sanitario Nazionale, con tutte le sue implicazioni, rischia di essere un’altra vittima eccellente nel fuoco incrociato dello scontro tra pro e no-vax. L’analisi di Igor Pellicciari e Ulrico Agnati, docenti Università di Urbino

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