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Il rebus è di quelli complicati. Che la Cina sia in piena crisi demografica è cosa nota, ma che non abbia risorse a sufficienza per rimediare al problema forse lo è meno. E allora ecco il paradosso. Per decenni le famiglie hanno potuto avere un solo figlio, con lo spauracchio di scenari malthusiani (mai realizzati) di sovrappopolazione e carestie. Negli ultimi anni si è permesso di avere due figli e, da qualche mese, tre; nonostante l’apertura, l’ex Celeste Impero si scopre a corto di bebè, con il risultato che la forza lavoro si riduce. E nel momento in cui prende coscienza di un problema che rischia di compromettere i futuri ritmi di Pil, manca un welfare adatto ad aiutare le famiglie a concepire il terzo figlio, complice un debito sovrano e societario fuori controllo e che trova nel collasso del gigante Evergrande la sua massima espressione.

Perché sì, la vita in Cina ormai costa cara e lo dimostra il fatto che la la caduta del muro del terzo figlio ha lasciato piuttosto scettiche e perplesse le famiglie cinesi. L’istruzione è troppo onerosa e l’assistenza sanitaria inadeguata per un Paese che nel frattempo è diventato la seconda economia mondiale. Basti pensare che ad oggi appena il 10-15% delle famiglie rurali ha accesso a una forma qualsiasi di assicurazione medica, spiega Mark Frezier, direttore dell’Istituto India Cina della New School for Social Research di New York. Le cure sono spesso costosissime al punto che un’indagine dello stesso governo ha evidenziato che più del 38% degli anziani ha serie difficoltà a permettersi semplici cure.

In più c’è un problema legato a una previdenza troppo sbilanciata. Ancora oggi un contadino o un residente urbano senza contratto di lavoro ha diritto a una pensione minima che oscilla tra i 7 e i 10 euro al mese, fino a 50 volte in meno rispetto alla pensione che percepisce un ex lavoratore di un’azienda urbana. E c’è anche la questione di genere. Un’analisi pubblicata sulla Cnn, spiega come sia prassi affidare la maggior parte dei lavori domestici e della cura dei bambini alle donne.

Questo squilibrio nella responsabilità genitoriale significa che è difficile per le donne cinesi bilanciare il lavoro con la maternità. Al punto che da quando la proposta per la politica dei tre figli è stata annunciata all’inizio di quest’anno, gran parte del dibattito si è incentrato sui timori di un peggioramento delle condizioni delle donne lavoratrici. La stessa emittente americana tira in ballo un rapporto di Human Rights Watch secondo il quale alle donne in alcune aziende viene detto di aspettare il proprio turno per prendere il congedo di maternità. E se rimangono incinte prima di tale momento, possono essere licenziate o punite. Non sorprende che molte giovani donne orientate alla carriera in Cina siano diventate sempre più disilluse da tradizioni e istituzioni come il matrimonio e i figli.

Non può stupire quindi se nel 2019 il tasso di natalità nazionale ha toccato il livello più basso in 70 anni dalla fondazione della Repubblica popolare. Addirittura nel 2020 il numero di neonati è sceso di un altro 18%. Ciò significa che il Paese più popoloso del mondo, con 1,4 miliardi di residenti, ha visto il suo tasso di fertilità scendere da più di cinque nascite per donna a meno di due, in soli 40 anni.

Tutto questo ha un costo. Secondo l’ultimo censimento della Cina, la popolazione in età lavorativa, cioè le persone tra i 15 e i 59 anni, è scesa nel 2020 a 894 milioni, cioè il 63% del totale. Nel 2010 erano 939 milioni, ovvero il 70% per cento di allora. Si prevede che la forza lavoro complessiva diminuirà di altri 35 milioni nei prossimi cinque anni, secondo stime ufficiali. Di fronte alla riduzione di manodopera disponibile, agli imprenditori del manifatturiero non resta che aumentare i salari e contrarre i margini di profitto, già messi a dura prova dalla crescita dei costi per le materie prime e le spedizioni. Lo Stato, poi, dovrebbe fare la sua parte. Debito permettendo.

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