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Sarà stato un caso fortuito, una semplice coincidenza. Sta comunque il fatto che mentre una ventina di droni, provenienti dalla Russia e dalla Bielorussia, solcavano i cieli della Polonia, destando allarme tra Paesi europei, la Francia scivolava in una delle crisi peggiori della Quinta Repubblica. Fosse così, si sarebbe trattato di un vero colpo di fortuna: da un lato, l’ostentazione della forza, di chi non teme le conseguenze del proprio agire; dall’altro, la debolezza di chi non è in grado di reagire alle provocazioni a causa di meccanismi decisionali arrugginiti, che ne paralizzano l’azione.

E così, in Polonia, alla provocazione militare se n’è aggiunta una di carattere politico. Difficile dire quale delle due sia quella più virulenta. Tanto più se si analizzano gli sviluppi successivi di quella crisi. Quel tentativo, da parte di tanti balordi, di mettere a ferro e fuoco le principali città francesi, senza riuscire ad avere uno straccio unitario di programma. Ma il puro nichilismo dell’abbattere e distruggere qualsiasi cosa. Le immagini che scorrevano nella Tv moscovita trasmettevano un messaggio preciso. Questo sarebbe “l’Occidente collettivo” – così è definito dagli strateghi del Cremlino – che vorrebbe essere ancora egemone. Ma che non riesce nemmeno a risolvere il più piccolo problema d’ordine pubblico.

C’è del vero in questa rappresentazione, che riflette la debolezza dell’Europa. Non è solo la Francia, che è comunque la seconda economia della Ue, ad essere in crisi. Anzi quel gran subbuglio politico – sociale è stata la ghiotta occasione, per far emergere posizioni dissonanti da parte di un altro dei principali partner europei. In Italia, la Lega nord, per bocca del sottosegretario alle infrastrutture Edoardo Rixi ha invocato, contro Macron, da tempo bestia nera di Via Bellerio, le elezioni anticipate. Perfetta sintonia con Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, che vorrebbe addirittura la defenestrazione del Presidente. Mentre il Generale Vannacci, che della Lega è vice segretario, affermava che tra i due, dalla torre avrebbe buttato Zelensky e non Putin. A sua volta la sinistra, in Parlamento, anche a seguito di sotterranee spinte provenienti dall’estero, non riusciva a trovare una posizione unitaria sul controverso tema dell’aumento delle spese militari.

Segnali inquietanti considerata l’importanza di entrambi i Paesi la cui crisi, pur così diversa nella sua declinazione, indebolisce il gruppo di testa chiamato a fronteggiare l’aggressività russa. Facendo emergere maggiormente la debolezza di una struttura di comando, a livello europeo, che non riesce a dare unità e continuità all’azione di governo. Vi si oppone non solo la frammentazione, derivante dalla presenza di 27 Stati membri, e la vigenza di regole assurde come quelle dell’unanimità. Ma soprattutto la mancanza di un retroterra teorico cui ispirarsi per individuare le linee di una possibile governance. Un appiglio potrebbe essere fornito dalla cosiddetta “Teoria della stabilità egemonica” che fu elaborata inizialmente da Charles Kindleberger, per essere poi integrata dai contributi di Robert Gilpin e di Robert Kehone, a partire dagli anni ‘90. Un sistema stabile di relazioni internazionali – questo il succo dell’analisi – presuppone sempre un Paese egemone. Nel più recente passato questa funzione fu esercitata prima dalla Gran Bretagna, quindi dagli Stati Uniti. Oggi è, invece, la Cina che cerca di svolgere quel ruolo a danno degli altri. Ci riuscirà?

Una nazione egemone, per essere tale, deve aver una forza militare ed economica di gran lunga superiore a quella degli altri Paesi. Solo così potrà esercitare un potere in grado di stabilizzare il sistema e punire i free rider. Coloro cioè che beneficiano di un bene o servizio collettivo senza averne sostenuto i costi, attuando, di conseguenza, un comportamento opportunistico a scapito della collettività. La maggior forza del Paese egemone consente appunto di scoraggiare ed eventualmente sanzionare simili atteggiamenti. Com’é avvenuto, in Occidente, nel corso degli anni dominati dalla cosiddetta US Supremacy: quella supremazia americana, oggi parzialmente in crisi a causa delle diminuite distanze, in termine di potere economico e militare, rispetto ai diretti concorrenti.

L’Unione Europea rappresenta un microcosmo della realtà internazionale. Al suo interno non esiste una potenza egemone, nel senso indicato in precedenza. Esiste, tuttavia, una frammentazione che è tale da creare una forte gerarchia. Da un lato Paesi come la Germania, la Francia, l’Italia, la Spagna ed ora la Gran Bretagna; dall’altro i rimanenti 23 Paesi. Il peso dell’intera Ue più la Gran Britannia, secondo il Fmi, era pari, nel 2024, al 16,5% dell’intero Pianeta, in termine di reddito. Il gruppo di testa, precedentemente indicato, ne rappresenta il 59,2%. L’Ungheria e la Slovacchia pesavano, invece, solo per il 2% sull’intero aggregato europeo.

Citare questi due ultimi Paesi non è stato un caso. Entrambi sono free rider. Partecipano ai vantaggi dell’Unione, ma in politica estera sono schierati con il nemico. Violando, in tal modo, uno degli elementi costitutivi che fanno dell’Ue un’entità sovranazionale, con un suo profilo costituzionale ben definito. Viktor Orbán non ha fatto mai mistero dei suoi legami preferenziali con Vladimir Putin. Robert Fico, presidente del governo slovacco, ha ritenuto opportuno partecipare in prima persona alla scorsa parata militare di Pechino, facendosi inoltre portavoce delle più recenti posizioni di Putin. Liberi di farlo ovviamente. Ma a casa loro. Non certo continuando a far parte di una comunità che è già in guerra con i loro sodali.

Anche se, per fortuna, non vi sono stati scontri diretti, con il loro corredo di vittime e di dolori. Si coglie così un limite importante della costruzione europea. Che non ha gatekeeper, vale a dire guardiani, ma solo porte girevoli in cui si può entrare liberamente. Si può anche uscire, come avvenuto per la Brexit dopo un faticosissimo negoziato. Ma dalla quale, invece, non si può essere espulsi. Regola, quest’ultima, che vale per qualsiasi organismo collettivo.

Si tratta di una lacuna dagli effetti perniciosi. Alimenta comportamenti opportunistici, anche quando essi vanno a svantaggio degli altri Paesi membri. Favorisce un consociativismo paralizzante che già in tempi di pace rallenta qualsiasi progresso, ma che, nell’attuale situazione internazionale, così gravida di tensioni, può favorire momenti di intelligenza con il nemico. I Trattati della Ue, al momento, non prevedono alcuna forma di sospensione, espulsione o di radiazione. Forse è giunto il momento di provvedervi.

Quelle porte girevoli che indeboliscono l'Europa. Il limite dell'Ue secondo Polillo

La costruzione dell’Unione europea ha un limite. Che non ha gatekeeper, vale a dire guardiani, ma solo porte girevoli in cui si può entrare liberamente. Si può anche uscire, come avvenuto per la Brexit dopo un faticosissimo negoziato. Ma dalla quale, invece, non si può essere espulsi. Regola, quest’ultima, che vale invece per qualsiasi organismo collettivo… Il commento di Gianfranco Polillo

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