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Il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, non parteciperà alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. Il mancato viaggio a Tokyo si porta dietro innanzitutto il non incontro con il primo ministro Yoshihide Suga. Il mancato faccia a faccia tra i due si porta dietro invece diversi risvolti che vanno bene oltre il perimetro sportivo. Moon è perfettamente consapevole delle conseguenze, anzi pare interessato a usare la vicenda come messaggio.

D’altronde uno dei momenti più importanti della sua presidenza fu proprio all’inaugurazione dei Giochi Olimpici Invernali di Pyeongchang, nel 2018, quando seduta tra le autorità che assistevano alla cerimonia c’era Kim Yo-jong, sorella del satrapo nordcoreano, arrivata nel paese cugino alla guida di una delegazione di gerarchi. Il suo posto, a pochi metri da quello del vicepresidente americano, segnava l’inizio di un tentativo di dialogo tra le due Coree e tra Pyongyang e Washington su cui Moon ha sempre scommesso e giocato la sua azione politica.

L’assenza di Moon agli incontri cerimoniali del 27 luglio si lega a diverse questioni ed è passata da uno scoop uscito sul giapponese Yomiuri Shimbun, che scriveva che il sudcoreano sarebbe andato, smentito da una nota ufficiale del Palazzo Blu. La decisione di Moon si basa sul consenso popolare: la visita di giapponese non era vista bene da sei sudcoreani su dieci (dati Realmeter). Una maggioranza difficile da ignorare. Inoltre, prima c’era stata le decisione del comitato organizzatore giapponese di usare una mappa che includeva nella geografia giapponese le rocce di Liancourt, isole note come Dokdo contese tra i due paesi per via delle acque molto pescose; mossa che a indispettito Seul. Poi un’altra contingenza precisa, che ha inasprito la diatriba diplomatica.

La Corea del Sud ha presentato infatti una protesta formale quando venerdì 16 luglio sono uscite sulla stampa le notizie secondo cui un alto diplomatico dell’ambasciata giapponese a Seoul aveva detto che Moon si stava “masturbando” quando descriveva i suoi sforzi per migliorare le relazioni bilaterali. Parlando con i giornalisti, Suga ha descritto l’osservazione del diplomatico come “inappropriata”. Ma ormai il presidente sudcoreano non poteva accettare l’offesa, e l’assenza sta ruotando attorno anche alla sicurezza sul Covid (con il Giappone che sta vedendo rinunce di partecipazioni di sponsor che non vogliono essere complici di una situazione ad alto rischio epidemiologico).

La relazione tra i due paesi è complessa, le tensioni – che recentemente hanno visto episodi aspri come la crisi commerciale dell’estate 2019 – restano. L’incontro tra Moon e Suga, nella cornice olimpica, doveva servire per cercare di sistemare la situazione, ma si è portato dietro bisticci diplomatici che alla fine l’hanno fatto saltare. Ora addirittura Seul fa circolare informazioni sul fatto che comunque il faccia a faccia non avrebbe risolto niente. Tokyo affronta l’assenza di Moon con un “no comment” polemico.

Tra i due paesi c’è aperta la questione geopolitica delle Dokdo, ma c’è anche il peso dell’eredità della violenta colonizzazione giapponese della Corea. Con Abe Shinzō come primo ministro le relazioni erano peggiorate, anche perché dall’altra parte del Pacifico il presidente statunitense Donald Trump cercava di usare la competizione tra Giappone e Corea del Sud a proprio vantaggio (stringendo i rapporti personali col primo, appassionato di golf e caratterialmente più incline ad accettare relazioni dirette con il tycoon presidenziale). Con l’arrivo alla Casa Bianca, il democratico Joe Biden ha cercato di ristabilire un equilibrio, ma per ora senza grossi successi.

Tokyo e Seul sono pilastri fondali per l’architettura di alleanza che Washington sta provando a costruire nell’area vasta dell’Indo-Pacifico. Architettura su cui si regge il pensiero strategico di contenimento della Cina. Per gli Usa, la persistenza di certe diatribe è problematica, perché davanti al Dragone la necessità americana è di porre un fronte compatto, soprattutto sulle struttura di base. Tant’è che l’idea stessa di far partecipare, come osservatore esterno, la Corea del Sud al G7 si basava anche sull’opportunità di trovare, in quella atmosfera multilaterale e amichevole, un’occasione in più per favorire la riduzione delle distanze tra Seul e Tokyo.

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