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Le parole del generale Lloyd Austin, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, lasciano ben poco spazio alle interpretazioni e ai distinguo: sono le parole chiare di chi ha una solida cultura militare e non è abituato ai bizantinismi di certa politica, comuni soprattutto nella parte orientale della comunità transatlantica. Sono concetti e parole peraltro non nuovi e che non devono sorprendere, in quanto si collocano nel chiaro solco della politica estera americana che, al di là dei toni (iperbolici e irritanti quelli dell’amministrazione Trump) mantiene una continuità bipartisan che alcuni paesi europei dovrebbero prendere a modello.

Che ha detto, dunque, Austin? Ha detto che l’Alleanza ha senso se tutti si pongono coerentemente lo stesso obiettivo, quello della stabilità nella continuità e della difesa degli interessi comuni, che oggi sono messi a rischio dalle ambizioni di potenze emergenti, anzi, già emerse.

La comunità dei Paesi che si riconoscono negli ideali della libertà individuale, nel rispetto delle leggi democraticamente definite, nel comune concreto ossequio ai diritti conquistati a sì caro prezzo, devono cooperare in modo sinergico in modo da evitare che tutto ciò venga messo a rischio e che, a fronte di risorse limitate per affrontare sfide emergenti, miopi smanie di protagonismo e incapacità di coordinare razionalmente le capacità che ciascuno può mettere a disposizione in uno sforzo congiunto, ci si smarrisca in una deleteria rincorsa alla visibilità.

Il mondo occidentale si trova a dovere affrontare, per la sopravvivenza stessa del proprio modello culturale, una serie di sfide, di cui le principali possono essere identificate nell’impetuosa avanzata della potenza economica e militare cinese e nel caos che si sta impadronendo di tutta l’area geografica che in Italia, anche se con una suggestiva approssimazione, abbiamo indicato come “Mediterraneo allargato”. Che i Paesi europei abbiano da tre quarti di secolo usufruito dell’ombrello militare (e politico) degli Stati Uniti per sviluppare un modello di società di cui siamo giustamente orgogliosi è un dato di fatto, e non dobbiamo certamente stupirci dei mugugni d’oltreoceano (ricordiamoci dell’amara dichiarazione di Barack Obama sui “freeriders” al termine del suo secondo mandato).

Ora però veniamo ancora una volta richiamati alle nostre responsabilità, la principale delle quali è quella di prenderci cura del giardinetto di casa nostra, giardinetto che comprende il Medio Oriente e tutto il Nord Africa, a partire dal Sudan e dalla Nigeria, con particolare attenzione al Maghreb. Davvero attendiamo che gli Stati Uniti ci tolgano le castagne dal fuoco in Libia o in Tunisia? Davvero vogliamo assistere inerti alle pur velleitarie ambizioni neo ottomane di Recep Erdogan e alla comprensibile volontà di protagonismo della risorgente potenza russa?

Ben venga dunque il richiamo dell’amministrazione Biden per bocca del suo segretario alla Difesa, generale Austin, ad un’azione coerente e coordinata in cui gli alleati europei, nel quadro dell’Unione, acquisiscano una vera autonomia strategica, correttamente intesa, cioè la capacità di farsi carico autonomamente dei problemi di stabilità che ci riguardano direttamente e che sono parte dell’auspicato equilibrio globale, senza dover ricorrere in ogni circostanza al “fratello maggiore”, il quale nel frattempo si occuperà di un’altra sfida, che ci riguarda tutti quanti, con le ambizioni di una Cina che vuole comprensibilmente tornare alle glorie di un passato che affonda le radici nei millenni, ma che si pone in antitesi con il nostro modello di civiltà, incentrato sull’irrinunciabile valore dell’individuo. E se qualcuno vuol farsi bello agli occhi dell’alleato nordamericano, lo faccia pure, ma non a scapito della missione che ci riguarda più direttamente.

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