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Le democrazie occidentali, sempre più fragili, si dice, e sempre più esposte a suggestioni autoritarie – vuoi tecnologiche, vuoi autogenerate – sono sottoposte ciclicamente al più tipico tra gli stress possibili, quello elettorale. Nella fase che precede le elezioni, infatti, la politica perde ogni profondità (ove mai fosse capace di produrne) e si occupa della sua autoperpetuazione lasciandosi ispirare da una sola bussola: compiacere il pubblico per ottenere il voto.

Del resto come si fa ad occuparsi degli altri se prima non ci si occupa della propria elezione? Questo vale dappertutto nel mondo democratico e naturalmente, anche in Italia. Solo che noi, esagerati come siamo, affastelliamo uno stress sull’altro, con una rincorsa più lunga. Quali sono, infatti, i momenti di fibrillazione della politica in Italia? A parte i molti accidenti imprevedibili, sicuramente l’elezione del Capo dello Stato e, da 28 anni a questa parte, il varo della nuova legge elettorale. Il Capo dello Stato viene eletto ogni sette anni e l’anno che precede il voto è stato sempre il più tormentato da conflitti sordi, protagonismi apparentemente inspiegabili, movimenti di truppe, turbolenze parlamentari e, qualche volta, lancio di siluri col botto. La regola aurea è stata sempre quella della vittoria di un outsider, di lusso certo, ma deuteragonista piuttosto che protagonista. I protagonisti, in genere, sono sempre impegnati a farsi fuori vicendevolmente. In questo tempo sbilenco della politica varrà ancora quella regola? Siamo sinceri: a parte Draghi non è che si vedano in giro schiere di prim’attori.

Ma Draghi è impegnato su un’altro fronte, decisivo per il Paese e non ha ancora finito il suo lavoro. E poi, diciamola tutta, Draghi oggi è l’unico punto d’equilibrio: se andasse al Quirinale a febbraio 2022 sarebbe difficile evitare il voto anticipato a stretto giro. E non mi pare che i parlamentari abbiano tutta questa voglia di correre a farsi campagne elettorali. E allora? Draghi riserva per l’Europa? D’altro canto Mattarella l’ha detto in musica e in prosa che non ha nessuna intenzione di restare al Quirinale un giorno di più del settennato e c’è da credere nella sua sincerità. Ma a fare il Presidente non ci si candida, si viene eletti. Non certamente “a tempo”, però, come immagina qualche osservatore, ma per il settennato. Staremo a vedere. Comunque su questo fronte, come dire?, non si fibrilla più come una volta.

Sul fronte della legge elettorale invece sì. Eccome. La riduzione del Parlamento al formato bonsai non solo taglia via il 34% di rappresentanti, ma introduce, intuitivamente, anche uno sbarramento implicito che va oltre quelli che possono essere stabiliti, con un effetto di alterazione maggioritaria. Anche con questa consapevolezza, oltre che per un benefico velo d’ignoranza su come potrebbe andare a finire – perché non si devono fare nuove leggi elettorali per aggiustare i risultati della maggioranza che le fa, anche perché storicamente chi fa così perde sempre – ci si era accordati sul sistema proporzionale. Riluttava un po’ Salvini, ma restava salda l’intesa Pd-M5S. Al suo insediamento Letta ha detto cose diverse, dichiarandosi favorevole al maggioritario di rito mattarelliano, riportando la pallina nella casa dove si sta fermi un giro. Non si comprende se per tattica, strategia o per ossequio alla political correctness dell’avito tempo degli ulivi. Si vedrà.

Per ora annotiamo lo stallo ricordando a noi stessi che il gioco suicida del cambio di legge elettorale ogni 4/5 anni ha rappresentato esso stesso fattore di instabilità nel sistema politico italiano. Ne abbiamo fatte cinque dal 1993 e ci apprestiamo a farne ancora un’altra. E, come diceva Totò, ho detto tutto.

Phisikk du role - Eterni dilemmi: legge elettorale e Quirinale

Quali sono i momenti di fibrillazione della politica in Italia? A parte i molti accidenti imprevedibili, sicuramente l’elezione del Capo dello Stato e, da 28 anni a questa parte, il varo della nuova legge elettorale. La rubrica di Pino Pisicchio

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