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Scrive Mario Draghi nella premessa al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), domani alle 10 sul tavolo del Consiglio dei ministri. Questo piano “è parte di una più ampia e ambiziosa strategia per l’ammodernamento del Paese. Il governo intende aggiornare e perfezionare le strategie nazionali in tema di sviluppo e mobilità sostenibile, ambiente e clima, idrogeno, automotive; filiera della salute. L’Italia deve combinare immaginazione e creatività a capacità progettuale e concretezza. Il governo vuole vincere questa sfida e consegnare alle prossime generazioni un Paese più moderno, all’interno di un’Europa più forte e solidale”.

Non manca certo l’ottimismo nelle 319 pagine che vanno a comporre il Recovery Plan targato Mario Draghi. Lo dice anche un dato: secondo i calcoli del governo i 209 miliardi concessi dall’Europa e da incardinare sugli investimenti previsti da piano avranno, a regime, un impatto sul Pil pari al 3,6%. Formiche.net ne ha parlato  con l’economista membro del Gruppo dei 20 della Fondazione Economia Tor Vergata, Pasquale Lucio Scandizzo.

Scandizzo, nel Piano si parla di Riforme della Pa, giustizia, semplificazione, concorrenza. Che cosa manca all’appello?

Come in tutti i piani che si propongono obiettivi trasformativi, il Recovery plan di Draghi deve trovare un equilibrio tra le riforme istituzionali, che richiedono in gran parte investimenti intangibili, e le infrastrutture, che invece richiedono un mix di investimenti tangibili e intangibili. Inoltre queste due linee di intervento devono essere compatibili e possibilmente sinergiche tra loro e con le iniziative parallele del settore privato. Saranno infatti queste ultime a determinare in ultima analisi il successo o il fallimento del piano.

Dunque il dialogo tra pubblico e privato sarà una delle architravi del Recovery Plan…

Esatto. Allineare incentivi privati e azioni pubbliche è certamente un argomento importante, anche se sottaciuto. E poi ci sono le riforme quali quella della pubblica amministrazione e della giustizia, e del rilancio delle politiche della concorrenza, che caratterizzano in maniera decisiva l’azione trasformativa che il piano si propone. Insomma, è nella capacità di creare una relazione sinergica tra pubblico e privato tuttavia a mio avviso la vera sfida perché il piano abbia successo come strumento di trasformazione dell’economia italiana e non solo come stimolo alla ripresa produttiva.

Secondo gli obiettivi del Piano, nel 2026 il prodotto interno lordo sarà del 3,6 per cento più alto rispetto all’andamento tendenziale e l’occupazione di quasi 3 punti percentuali. Li reputa target verosimili?

Mi sembrano obiettivi realistici, ma il successo del piano dipenderà non solo dai livelli del Pil raggiunti nel 2026, ma dalla persistenza di tassi di crescita più elevati e questa a sua volta dalla performance delle riforme e degli investimenti nella trasformazione produttiva del Paese.

Come annunciato, la governance sarà incentrata sul Mef, incaricato del controllo e della rendicontazione trasparente di tutto il processo di attuazione delle riforme e degli investimenti, fungendo da punto di contatto unico per le comunicazioni con la Commissione. Un buon compromesso?

Il ritorno del controllo al Mef è un’ottima notizia e riassicura sul pericolo del fallimento di coordinazione avvenuto frammentando i centri di programmazione e monitoraggio della politica economica negli ultimi 20 anni. D’altronde gli effetti reali del Recovery Plan sono legati alla capacità del governo di utilizzare questi fondi per realizzare investimenti con rendimenti economici elevati. E ciò richiede anzitutto la rimozione degli attuali ostacoli strutturali alla loro programmazione e implementazione.

Una profezia. Che tipo di risposta si aspetta dall’Ue una volta spedito il piano?

Penso che la Commissione accoglierà con interesse e approvazione questo piano, che presenta una credibilità ampia, anche se problematica, sia dal punto di vista dei contenuti, sia da quello dell’impegno bipartisan presente e futuro delle forze politiche che governano il Paese.

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Il Recovery Plan all’esame del Consiglio dei ministri è ben strutturato e con una governance finalmente adeguata. Ma la partita si giocherà soprattutto nella collaborazione pubblico-privato e nella redditività degli investimenti. Intervista a Pasquale Lucio Scandizzo, professore di Politica economica all’Università Tor Vergata e membro del Gruppo dei 20

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