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Non è facile essere alleati degli Stati Uniti di Joe Biden. Un tema complesso portato recentemente alla luce da Richard Fontaine, a capo del think tank Center for a New American Security, con un saggio sulla rivista Foreign Policy.

Formiche.net ne ha parlato con Michito Tsuruoka, professore associato ed esperto di sicurezza internazionale all’Università Keio di Tokyo.

Con Biden torna di moda il multilateralismo. Che cosa significa per gli alleati secondo lei?

Nei quattro anni di Donald Trump ci sono state molte difficoltà tra gli Stati Uniti e gli alleati. L’ex presidente sperava nel loro sostegno. Ma era pronto ad agire da solo come ha dimostrato su Tpp, Jpcoa, accordo di Parigi sul clima. Biden è diverso: cerca il coinvolgimento degli alleati, in Asia come in Europa, e ha grande aspettative su di loro, a partire dalla condivisione degli oneri in tema di sicurezza. Non è un periodo facile per gli alleati. Devono essere più preparati ad agire con gli americani.

In che senso?

Gli Stati Uniti non sempre appaiono sensibili alla geografia. La situazione attuale in Asia sembra quella dell’Europa durante la Guerra Fredda. Gli Stati Uniti tendevano a chiedere all’Europa occidentale un approccio più “aggressivo” verso l’Unione sovietica. Ma gli europei dovevano gestire le relazioni con l’Est condividendo lo stesso continente. Il Giappone e la Cina sono vicini e non possono muoversi, motivo per cui Tokyo deve sempre essere più cauta di Washington nei rapporti con Pechino.

La Cina sarà in cima all’agenda dell’incontro tra il presidente Biden e il premier giapponese Yoshihide Suga, primo leader a incontrare il nuovo inquilino della Casa Bianca. Il Giappone è l’unico Paese del G7 a non aver imposto sanzioni sulla Cina per le violazioni dei diritti umani in Cina. Sarà questo uno dei temi del bilaterale? Il presidente Biden farà pressioni sul primo ministro Suga?

Per il Giappone è una situazione complessa. Sui diritti umani, la diplomazia di Tokyo tradizionalmente si muove favorendo il dialogo e la cooperazione. Ma il dibattito politico in Giappone sta lentamente cambiando negli ultimi mesi: un numero crescente di parlamentari si pronuncia ora a favore della condanna della situazione nello Xinjiang e chiedendo l’emanazione di una versione giapponese del Magnitsky Act, un regime di sanzioni sui diritti umani.

Quali altri temi potrebbero essere in agenda nel bilaterale?

Sicuramente la sicurezza delle catena di approvvigionamento e la necessità di diversificarla. Poi la cooperazione in tema di vaccini e di tecnologie emergenti, a partire dal 5G, per ridurre la dipendenza dalla Cina. Questioni che sono state già al centro del recente summit Quad e che sono state accelerate sia dalla pandemia Covid-19 sia dalla crescente assertività di Pechino.

E da parte giapponese?

Il tema centrale è il rafforzamento dell’alleanza tra i due Paesi. Non soltanto su Cina e Corea del Nord ma anche su dossier come il Mar Cinese Orientale e Taiwan, questione di cui fino a poco tempo fa in Giappone si parlava molto poco.

Si parla spesso di una “Nato nel Pacifico”. Che ne pensa?

Per prima cosa penso sia sbagliato piegare il termine Nato a un contesto diverso. Poi guardiamo all’India: sta sì diventando più dura sulla Cina ma rimane un Paese con una politica estera molto pragmatica, un’autonomia strategica che ha radici ben più profonde rispetto a quella dell’Unione europea. L’India lavora con il Quad ma anche con l’Indonesia o in formato trilaterale Francia e Australia. Il tutto per non dipendere troppo dagli Stati Uniti o dal Quad stesso. Inoltre, anche il Giappone non mi sembra tanto dell’idea di istituzionalizzare il Quad. Inoltre, durante il summit recente non si è parlato soltanto di questioni militari ma anche di vaccino e tecnologia per esempio. Il tutto serve anche a sottolineare che il Quad non è una Nato asiatica o un’alleanza anti Cina.

Che pensa, invece, dell’ipotesi di allargamento del G7? Il prossimo summit, a cui il Regno Unito ha invitato come ospiti Australia, Corea del Sud e India, potrebbe essere un banco di prova.

Va detto che invitare tre Paesi come ospiti è ben diverso da allargare formalmente il gruppo. Cosa che è possibile, certo. Ma potrebbe essere più appropriato fare affidamento su un meccanismo flessibile.

Come mai?

Ipotizziamo che gli Stati Uniti vogliano enfatizzare l’elemento anticinese: è possibile che questo crei difficoltà con la Corea del Sud. Se, invece, si decidesse di sottolineare gli sforzi in ambito tecnologico, l’Australia sarebbe un ottimo partner, ma ci sono altri importanti. Perché non coinvolgere Israele? Per questo, è necessario essere chiari sugli intenti, poi si decide chi coinvolgere.

Cosa chiede Biden al Giappone. Lo spiega il prof. Tsuruoka

A differenza di Trump, Biden chiama a raccolta gli alleati per contrastare l’assertività cinese. Per questo, non sempre è facile essere amici degli Usa. Conversazione con Michito Tsuruoka, professore dell’Università Keio di Tokyo, alla vigilia della visita del premier Suga a Washington

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